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Verona, chiede i danni da alluvione ma la sua azienda era già chiusa da un anno

Nei guai per tentata truffa e falso in atto pubblico, padre e figlio, titolari di due ditte di Monteforte d'Alpone, e l'ingegnere addetto alla perizia tecnica di stima. Secondo l'accusa era per nascondere i soldi ai creditori pignoranti

In seguito all'alluvione del novembre 2010 la sua falegnameria sarebbe stata gravemente danneggiata e per questo aveva richiesto un contributo di 135mila euro. Ma per la Procura non è così chiaro: secondo alcuni accertamenti la ditta sarebbe stata chiusa ben prima, quasi un anno, della calamità che colpì duramente le province di Verona, Padova e Vicenza. Per questo l'artigiano Stefano Burti di Monteforte d'Alpone, assieme al padre Luigi e al geometra F.S. di Arcole, potrebbero essere rinviati a giudizio con l'accusa di tentata truffa e falso in atto pubblico. Il pm Bianca Rinaldi avrebbe prove certe sulla loro colpevolezza, avendo vagliato i documenti presentati in Comune, a Monteforte. Certificazioni "fasulle" per arrivare ai soldi destinati alle vittime dell'alluvione. Con il titolare della ditta è finito nei guai anche il padre di 63 anni, che secondo l'accusa, avrebbe modificato la prima richiesta del 5 dicembre 2010 passando da oltre 214mila euro a circa 193mila, con perizia firmata dall'ingegnere Scotton. Una richiesta che, stando ai pareri della Procura, come riporta l'Arena, era stata avanzata

"per imputare falsamente parte dei danni da lui patiti alla ditta del figlio Stefano Burti"

A febbraio 2011 Luigi Burti deposita un'istanza diversa, con la quale chiede la sospensione della richiesta d'indennizzo. Ma in primavera ci ripensa, e abbassa la somma a 55mila e 672 euro. Il geometra è finito nel mirino della Procura perché il 13 aprile 2011 presentò due dichiarazioni tecniche sulla stima in cui venivano riportati i presunti danni subiti dalle due ditte (quella di Luigi, per 55mila e 672 euro, e quella del figlio Stefano, per oltre 13mila), in realtà subiti solo dal padre. La Procura sospetta quindi che il "piano" sia stato architettato al fine di evitare che i creditori pignoranti del più anziano non si prendessero tutti i soldi. Per questo una parte dei danni, e quindi del denaro, erano stati messi in capo all'erede. A far drizzare le antenne alla Procura era stato un creditore (che vantava 17mila euro e cinque cause di recupero) che si era rivolto ai carabinieri di Soave perché aveva fiutato qualcosa di "anomalo" nelle azioni di Luigi Burti. Il Comune di Monteforte aveva poi interrotto la procedura di "rimborso danni".

A decidere se mandare a processo i tre accusati sarà il giudice per le indagini preliminari, Giulia Franciosi, venerdì prossimo.

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