A, b, c di "contagio": breviario per smemorati in tempi di pandemia da virus Sars-CoV-2

«Vi faccio una domanda cari giornalisti come mai con tutti i positivi che mettete sull'articolo non ci sono mai positivi voi giornalisti, politici, governatori, virologi?» (cit.) 

"In media stat virus"

Viviamo in tempi interessanti, non c'è ombra di dubbio. Una delle tesi oggi perorate sui social in tema di coronavirus e pandemia da numerosi accesi commentatori è che di «Coviddi non ce n'è». La prova? I giornalisti che ne parlano tanto, viaggiano e vanno in giro non si sono mai ammalati. Così anche i politici e i "dottoroni" che pontificano senza sosta sui rischi della diffusione del contagio che, dicono gli esperti dei social, sarebbe tutta una panzana creata ad arte dai media e dai "poteri forti". Sì, proprio loro.

Ebbene, non sfuggirà certo a qualcuno che in Gran Bretagna a finire ricoverato in terapia intensiva qualche mese fa è stato il primo ministro Boris Johnson che, bontà sua, tra le altre cose è anche giornalista e scrittore. Restando a casa nostra, ancora lo scorso 12 aprile la giornalista di SkyTg24 Giovanna Pancheri aveva rivelato la sua esperienza con un post Instagram dopo aver ricevuto l'esito positivo al tampone per il coronavirus. Tra i politici di spicco si potrebbe annoverare anche il presidente del Brasile Bolsonaro, mentre tra i medici che «non ci sono mai positivi», ebbene, non bastassero quelli direttamente coinvolti negli ospedali, ciascuno di noi potrebbe fare l'esperimento di parlare con il proprio medico di base che, se non già in prima persona, saprà sicuramente dargli conto di storie di colleghi risultati positivi, magari poi ammalatisi e finiti ricoverati, o peggio morti.

Naturalmente quanto appena scritto non scalfisce di nulla le solide certezze di chi oggi perora la causa del «Coviddi non ce n'è». Andiamo più a fondo, ordunque, nei meandri dell'insano contagio e cerchiamo di fissare alcuni punti: essere positivi al virus non significa essere malati, dunque sono tutte balle e il conto giornaliero dei positivi è puro terrorismo psicologico, così recita il mantra social. Chiariamo questo aspetto: essere positivi non equivale ad essere ammalati o essere condannati a morte, ma i dati forniti dai bollettini, giornalieri o settimanali che siano, circa i soggetti positivi al virus, restano di fondamentale importanza (pur avendo valore soprattutto analizzandone il trend) per un motivo molto semplice: una persona positiva, per quanto asintomatica e cioè che non sviluppi la malattia, può pur sempre entrare in contatto con un'altra persona che da sana qual era, disgrazia sua, quei sintomi invece finisca con lo svilupparli dopo essere stata contagiata e arrivi così a pagare con la propria vita la sottovalutazione dei rischi commessa da parte di altri. 

In fondo per capire il concetto basterebbe aver mantenuto salda finora la differenza tra due espressioni: Sars-CoV-2 e Covid-19. La prima indica il virus, la seconda invece la malattia. COrona, VIrus, Disease, 2019, la malattia da Coronavirus scoperto nell'anno 2019, questo significa l'acronimo "Covid-19".  Mentre quell'altro sta per Severe acute respiratory syndrome CoronaVirus-2, e cioè, traducendo liberamente, il CoronaVirus-2 che provoca la grave sindrome respiratoria acuta. Tale sindrome che questo virus può provocare è stata chiamata in via ufficiale dall'Organizzazione mondiale della sanità  "Covid-19", o meglio scritto col maiuscolo "COVID-19". Ora, non tutti coloro che risultano positivi al virus Sars-CoV-2 sviluppano Covid-19, ma ciò non toglie che tutti quelli che sono positivi a Sars-CoV-2 possono trasmetterlo a persone che potrebbero poi sviluppare Covid-19, cioè la malattia (in inglese appunto disease). Per questo è importante monitorare i positivi, anche se non sviluppano sintomi e cercare di evitare che il contagio si propaghi e coinvolga soggetti magari già affetti da altre patologie, o comunque più fragili per mille possibili altre ragioni.

Veniamo poi al tema più spinoso: il terrorismo psicologico dei media. Nessuno è esente da errori ed esagerazioni, ma ridurre il tutto ad un'enorme cospirazione mediatica è una semplificazione eccessiva e grossolana quanto il più becero titolo scandalistico ad effetto. In tempi di emergenza mondiale come questi i giornali, più o meno tutti, chi meglio chi peggio, possono in sostanza adempiere ad una duplice funzione: fornire un servizio civico, da un lato, vendere, dall'altro. In fondo è quello che fanno sempre, ma nel mezzo di una crisi sanitaria pandemica, sia in un senso come nell'altro, la cosa appare semplicemente più evidente. Il lettore è sovrano nello stabilire chi svolge più o meno bene la duplice funzione che, si badi bene, non è però scorporabile, non si dà cioè l'una senza l'altra funzione, e non potrebbe essere altrimenti: come sarebbe possibile esercitare il servizio civico senza vendere, cioè senza lettori?

Riportare i dati, cioè le informazioni, resta tuttavia non solo un diritto quanto un dovere. Poiché il diritto vero che si esplica, non pende tanto o non solo dal lato di chi li scrive i giornali, quanto anche dalla parte di chi li legge che può rivendicare di ricevere quante informazioni più attinenti, detagliate ed utili a comprendere la situazione sia possibile ottenere. Il diritto di informare non è separabile da quello di essere informati, per questo in una democrazia è bene vi siano quanti più ampi e differenti canali di informazione, possibilmente affidabili, ma altresì il diritto del lettore di essere informato costituisce il rovescio di un diritto per chi scrive, vale a dire un dovere.

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A titolo esemplificativo e attinente alla situazione in Veneto, prendiamo l'osteggiato doppio bollettino di aggiornamento che ogni giorno viene pubblicato. Tale report viene fornito da un ente pubblico come la Regione e l'eventuale scelta di non pubblicarlo sarebbe lesiva della libertà d'informazione. Fatta salva la possibilità per chiunque di sbagliare, ma i dati in esso contenuti vengono presentati quotidianamente nel modo in cui appare più sensato farlo, cioè freddamente. Se non si palesano di volta in volta le "condizioni di salute" dei soggetti positivi, non è per cattiva volontà o per tenere nascosto che «in realtà non sono malati» come alcuni commentatori parrebbero voler lasciar intendere, bensì semplicemente perché, per ovvie ragioni di praticità dato il numero elevatissimo di soggetti coinvolti, ma anche a fronte della necessaria tutela della privacy, le informazioni fornite ai giornali dagli enti sanitari coinvolti sono orientate dal principio dell'essenzialità. Nel momento in cui Azienda Zero dovesse diffondere informazioni ulteriori circa tutti i casi positivi che vengono di volta in volta rilevati, ciascun giornale, si può ipotizzare con un elevato margine di certezza, sceglierà infatti di pubblicarle. 

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