Domenica, 24 Ottobre 2021
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Infermieri nelle case di riposo venete. «Ne mancano almeno un terzo»

Una carenza che anche in alcune strutture veronesi si è tradotta in una riduzione dei servizi e che potrebbe portare anche a delle chiusure

«Nelle strutture socio-sanitarie del Veneto manca più del 30% degli infermieri necessari, perché non ci sono infermieri sul mercato del lavoro e perché gli infermieri delle strutture socio-sanitarie, nel corso della pandemia, sono stati assunti dalla sanità pubblica». L'allarme è stato lanciato da Uneba Veneto, la principale organizzazione di categoria del non profit socio-sanitario privato in regione. Una carenza di infermieri che anche in alcune strutture veronesi si è tradotta in una riduzione dei servizi e che potrebbe portare anche a delle chiusure.

«In Veneto, ad inizio 2021 i posti letto delle case di riposo sono circa 32.500 e il fabbisogno infermieristico secondo gli standard normativi è pari a circa 3.500 unità. Ne mancano almeno un terzo», ha scritto il presidente di Uneba Veneto Francesco Facci in una lettera a sostegno della delibera 305 della giunta regionale. Un provvedimento che introduce un percorso di formazione complementare in assistenza sanitaria per gli operatori socio-sanitario (oss), in modo tale che attraverso gli oss si riesca a contrastare la carenza di personale, soprattutto nelle strutture extra-ospedaliere residenziali e semiresidenziali per anziani, siano esse pubbliche o private accreditate. Un provvedimento che «non è la soluzione al problema - riconosce Facci - ma che potrebbe risultare una delle azioni utili a ridimensionare l'impatto criticissimo determinato dalla carenza di personale infermieristico».

Una posizione non condivisa dalla consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon, secondo cui «la richiesta di aiuto delle case di riposo va ascoltata, ma la soluzione non è equiparare oss e infermieri come ha voluto fare la Regione».
La consigliera veronese ha spiegato: «Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha ribadito che l'operatore socio-sanitario non è ascrivibile al novero delle professioni sanitarie. È perciò a rischio illegittimità, la delibera della giunta regionale, impugnata anche dalla Federazione nazionale operatori professioni infermieristiche (Fnopi). Siamo poi sicuri che la formazione a distanza, necessaria per l’equiparazione, possa sostituire tre anni di studi universitari e garantire ai pazienti la miglior assistenza? Non è la strada giusta per risolvere un problema serio e urgente».
«Anziché cercare soluzioni fantasiose - ha concluso Bigon - la Regione fornisca infermieri assunti nel pubblico alle case di riposo e ai centri servizi che ne fanno richiesta, stipulando una convenzione. Le risposte ai bisogni devono essere legittime, altrimenti si peggiora la situazione perché viene perso altro tempo. E a proposito di tempo perso, si faccia finalmente la riforma delle Ipab per permettere a queste strutture di essere competitive e poter offrire condizioni di lavoro migliori, così da arginare la fuga verso gli ospedali che sta aggravando l'emergenza».

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