Violenza sulle donne, circa 1.500 vittime si sono rivolte al Centro Petra

Per la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne sono stati forniti i dati del centro antiviolenza di Verona ed il report sull'attività dei centri antiviolenza del Veneto

 

Anche in quest'anno martoriato dal Covid, di celebra la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. E si celebra oggi, 25 novembre, cercando comunque di organizzare degli eventi nel rispetto delle norme anti-contagio e ricordando purtroppo che la violenza di genere non conosce lockdown. Anzi, pare che il problema della violenza domestica sia stato acuito durante il periodo di confinamento obbligatorio in casa.

Le istituzioni continuano la loro opera di sensibilizzazione, soprattutto in questi giorni. Ma continuano anche ad aiutare concretamente le donne che hanno la forza di chiedere aiuto. Ed il Comune di Verona, insieme alla Regione Veneto, hanno approfittato di questo appuntamento per fornire un bilancio del lavoro fatto finora.

IL BILANCIO DI PETRA, CENTRO ANTIVIOLENZA DEL COMUNE DI VERONA

Da gennaio ad ottobre, ovvero durante l'emergenza Covid, sono state circa 1.500 le donne vittime che si sono rivolte a Petra. Un numero in linea a quello dell'anno scorso, a dimostrazione che durante il Covid l'attenzione su questo fenomeno non solo non si è allentata ma è stata anzi potenziata, con attività e servizi reiventati per raggiungere ugualmente tutte le persone in difficoltà. In particolare, quelle donne che, costrette in casa dal lockdown o dallo smartworking, si sono trovate a convivere con l'autore delle violenze in modo continuativo, magari in presenza dei figli.
La fotografia che emerge dai dati conferma la natura del fenomeno. La maggior parte delle violenze si consuma tra le mura domestiche o scaturisce da legami affettivi conclusi o in corso; la vittima (di Verona e provincia), nel 70% dei casi è italiana, coniugata (48%), separata o divorziata (12%), nubile (29%). Nella maggioranza dei casi si tratta di donne che hanno una propria indipendenza economica, il 70% sono madri. Solo il 39% delle donne vittime denuncia la violenza subita. E questi sono solo alcuni dei dati raccolti dal Centro Petra dal 2004 ad oggi, e che raccontano come le richieste di aiuto e assistenza siano aumentate di anno in anno, in parallelo ai servizi offerti dal Centro per rispondere a tali necessità.
Dall'ascolto telefonico all'accoglienza in sede, dalla consulenza legale a quella psicologica, dall'ospitalità temporanea per donne con o senza figli all'attività di prevenzione nelle scuole. Il Centro Petra si avvale di un'equipe di professionisti composta da assistenti sociali specialisti, psicologi psicoterapeuti, educatrici, operatrici socio sanitarie, avvocati e mediatrici culturali. Offre un servizio di ascolto pressochè quotidiano attraverso il numero verde dedicato, con segreteria telefonica h24. Dal 2013 è attivo anche quello dedicato agli uomini che agiscono violenza e che, consapevolmente, chiedono aiuto per iniziare un percorso mirato al cambiamento. Collaborano con il Centro Petra anche la Casa di Petra e altre strutture che offrono alloggio temporaneo e protezione a donne maltrattate e ai loro bambini, con la possibilità di intraprendere percorsi di reinserimento sociale e lavorativo.
Dal 2004 al 2020, le richieste di aiuto sono state 4.706, per 2.095 vittime seguite dal Centro Petra. Colloqui effettuati: 13.694; accoglienze in urgenza o programmate: 472; gruppo di auto mutuo aiuto vittime partecipanti: 77; attività di prevenzione per 4.074 studenti in 36 scuole con 176 incontri; 108 incontri di informazione e sensibilizzazione con la cittadinanza.
Sul fronte delle vittime maschili, il 2% del totale, il servizio ad hoc ha ricevuto richieste di aiuto 310, incontrato 165 autori di maltrattamenti ed effettuato 1.791 colloqui.
InNumeri in aumento potrebbero essere il segno che il tabù del silenzio si sta rompendo attorno ad un fenomeno grave e trasversale. E l'assessore alle pari opportunità del Comune di Verona ha commentato così: «Nonostante le difficoltà legate all'emergenza sanitaria, il Centro Petra è riuscito a garantire il sostegno e l'aiuto che lo rendono un punto di riferimento sempre più apprezzato e utilizzato. Una sfida vinta e non era scontato vista la gravità della situazione. Purtroppo i numeri ci dicono che, nonostante lo sforzo comune di istituzioni e associazioni, siamo di fronte ad un fenomeno che non accenna a diminuire e che, soprattutto, ci riguarda da vicino. La donna che subisce violenza e maltrattamenti potrebbe essere la nostra vicina di casa, la collega di lavoro o un'amica. Ciascuno di noi può fare qualcosa, dobbiamo essere uniti e mai distratti, pronti a segnalare i numerosi servizi di aiuto presenti sul territorio nel caso venissimo a conoscenza di persone maltrattate. Ringrazio tutti gli operatori del Centro Petra che anche durante il lockdown e nei mesi successivi non hanno mai fatto mancare il servizio ed anzi si sono resi ancora più disponibili per sopperire all' impossibilità di effettuare i colloqui personalmente».
«Con lo scoppiare dell'emergenza sanitaria il timore era quello di non poter dare tutto l'aiuto richiesto - ha aggiunto la responsabile del Centro Petra Elisabetta Sega - Abbiamo perciò rafforzato i servizi telefonici e, non appena è stato possibile, siamo tornati operativi con i colloqui e le attività tradizionali. Dal 2004 le richieste di aiuto sono aumentate progressivamente, un dato che vogliamo leggere come segno di fiducia nell'attività svolta dal Centro e che ci sprona a proseguire sulla strada intrapresa. Il lavoro da fare è ancora molto».

IL REPORT DELLA REGIONE VENETO

Sono 3.174 le donne seguite con percorso specifico dai centri antiviolenza del Veneto in tutto il 2019. Una flessione minima, rispetto alle 3.256 del 2018 mentre è più marcato il calo del numero delle donne che si sono rivolte per un primo contatto ad uno sportello o ad un centro antiviolenza: 7.127 rispetto alle 8.464 del 2018. Sempre nel 2019 sono state 2.182 le prese in carico ex novo e 984 le conclusioni o interruzioni di percorso. Nello stesso periodo, sono 215 gli uomini “maltrattanti” presi in carico dai 7 centri veneti specializzati e monitorati dalla Regione.
I dati sono stati resi noti dall'assessore regionale alla sanità ed ai servizi sociali Manuela Lanzarin: «Le restrizioni dovute alla pandemia per molte donne sono un motivo di ulteriore ansia e pericolo. Alla tensione del rischio di contagio per sé e i familiari si aggiungono quelli di un confinamento con quel partner che molto spesso è l’autore di violenze fisiche o psicologiche. Il tutto in un clima che, purtroppo, lascia spazio all’esasperazione dei rapporti e l’insofferenza e più facilmente rende testimoni di situazioni gravi anche i bambini. Il report dice a queste donne che i mezzi per reagire ci sono, che altre come loro hanno trovato il giusto sostegno per la via del riscatto, che c’è chi non ignora il problema e garantisce i servizi indispensabili per debellare questa piaga».
L'analisi della situazione, segnala come l'invio della vittima ai centri antiviolenza avviene sempre più frequentemente da parte di servizi territoriali. «Questo significa che una donna su tre ha conosciuto e contattato il centro grazie al lavoro di squadra tra i servizi e che la rete inizia a dare risultati ragguardevoli - ha sottolineato l'assessore - La realtà operativa a sostegno delle donne vittime di violenza nella nostra regione è, ad oggi, composta da 25 centri specifici cui si aggiungono 35 sportelli diffusi sui singoli territori provinciali e 23 case rifugio. Queste ultime, l’anno scorso, hanno registrato complessivamente un totale di 29.219 presenze giornaliere, dato anche questo in crescita rispetto all'anno precedente che ne ha contate 22.403. L’insieme riassume un’attenzione al problema ormai ben radicata e un impegno importante: 67 donne hanno conquistato una propria autonomia personale, 43 quella abitativa e 47 quella lavorativa. Sono numeri, però, che non ci consentono di abbassare la guardia; 25 donne, purtroppo, hanno fatto rientro nel proprio ambiente familiare. Dico purtroppo perché l’82% dei casi di violenza rilevati nel Veneto avviene nell’ambito di quelle relazioni che neanche per convenzione possiamo definire affettive».
L’ambito relazionale e affettivo si conferma la circostanza principale dei casi di violenza: il 62% vede coinvolti i coniugi o i partner conviventi e non conviventi delle donne, all’interno quindi di relazioni in corso. A questo va aggiunto un altro dato: il 22% circa della violenza è generata da relazioni concluse a causa dell’ex coniuge o partner. «L'essenzialità dei numeri disegna un dramma, che se è tale per la dimensione personale della donna coinvolta, la cronaca ci ricorda che è tale per tutta la società - prosegue Lanzarin - La Regione del Veneto, ormai da anni, è impegnata nell’assicurare le necessarie risposte alle donne vittima o minacciate di violenze. L’investimento di risorse finanziarie a riguardo è importante. A cominciare dai 700.000 euro destinati dal bilancio regionale a specifici progetti individuali di autonomia per le vittime prese in carico dalle strutture. Interventi per 2.317.128 euro, poi, sono garantiti dall’utilizzo delle risorse statali». Questi ultimi fondi, nel dettaglio, sono così ripartiti: 1.589.128,29 euro, ai centri antiviolenza e alle case rifugio; 125.000 euro per il finanziamento degli sportelli dei centri antiviolenza; 193.000 euro da destinare ai Comuni per il finanziamento della retta di accoglienza, anche in emergenza, delle donne e dei figli minori; 200.000 euro per il finanziamento del voucher educativo per la realizzazione di percorsi di educazione alla pari dignità e al riconoscimento e rispetto dei diritti della donna nelle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado del Veneto; 210.000 euro per il finanziamento delle attività dei centri per il trattamento di uomini autori di violenza.
«In questi mesi di pandemia i servizi sociali ci segnalano che sembra delinearsi una flessione del lavoro della rete dei servizi antiviolenza - ha concluso il presidente regionale Luca Zaia - Nel primo semestre di quest’anno, infatti, rispetto allo stesso periodo del 2019 sono diminuiti del 20% i contatti o gli accessi preliminari e del 10% le prese in carico. Questo confronto porta a concludere che la tendenza per l'anno 2020 è dovuta ad un calo dei percorsi specifici; un trend preoccupante perché lo riteniamo non dovuto ad una significativa riduzione dei casi ma ad un contenimento dell’emersione del fenomeno a cui non sono estranee alcune situazioni di isolamento a causa del rischio di contagio».

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