Chi è Novello Finotti, l'autore dell'opera “Le lunghe notti di Zeno” esposta alla GAM

In “Le lunghe notti di Zeno” la maestria dell’artista condensa le figure realistiche dell’ansia notturna in una composizione sognante e audace

Novello Finotti "Le lunghe notti di Zeno", 1987 cm 275 (h) x 19 x 35 bronzo con patina bianca - L'artista mentre posiziona opera all'interno della GAM

Novello Finotti vive e lavora a Sommacampagna (VR) e a Pietrasanta (LU). Artista precoce, dalla prima personale a New York nel 1964 acquista presto una dimensione internazionale, confermata, a partire dall’ antologica alla Biennale di Venezia del 1984, con la commissione di importanti opere pubbliche (tra cui la realizzazione dell’Altare di Giovanni XXIII e della nicchia di “S. Maria Soledad” a San Pietro in Vaticano, 2001-2002) e accresciuta nel tempo fino ai recenti successi nel lontano Oriente.

Da subito Finotti predilige nel suo percorso il tema della metamorfosi, rivisitata in ogni forma letteraria, dai miti dell’antichità ai bestiari medievali, dalle novelle rinascimentali al barocco shakespeariano fino a Kafka, dalla fantascienza degli esseri mutanti agli attuali programmi di manipolazione biogenetica.

Le sue sculture raffigurano in un contesto emozionale e narrativo un mondo onirico e fantastico, dove coabitano immagini di real­tà an­tro­po­mor­fe e stati mobili di rigenerazione, ed in cui si combinano inquietudine e sensualità, analisi raffinata del dettaglio e meravigliosa mostruosità dell’insieme.

Nel primo ventennio di attività produce soprattutto lavori in legno e bronzo che richiamano Dalì, Duchamp e l’immaginario pop contemporaneo; negli anni ’80 l’uso virtuosistico del marmo segna il ritorno ad una visione formale più unitaria e ‘classica’, in cui “le immagini diventano esse stesse architettura”.

In “Le lunghe notti di Zeno”  la maestria dell’artista condensa le figure realistiche dell’ ansia notturna in una composizione sognante e audace: due piedi nudi che si rigirano e si ‘con-fondono’ con i cuscini, a loro volta tesi nel precario e funambolico equilibrio di un’ esile, slanciata colonna.

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