Il "Bus della Libertà" contro il gender arriva a Verona in piazza Bra tra applausi e proteste

È in programma per domenica mattina, con la presenza del vicesindaco, l'arrivo del tour promosso da "Generazione Famiglia" e "CitizenGo" che si propone di denunciare la "teoria del gender" e la relativa "colonizzazione ideologica al pari del nazismo e del comunismo"

Il "Bus della Libertà" impiegato nel tour promosso da CitizenGo e Generazione Famiglia - Le Manif Pour Tous Italia

All'origine fu il fraintendimento: «Secondo la teoria delle "identità di genere" (Gender) nascere maschi o femmine non importa: si decide se essere uomo, donna o altri infiniti generi – agender, pangender, bigender, cisgender, transgender, genderfluid, genderqueer, etc. – a seconda di emozioni passeggere». Questa descrizione del problema gender che si può leggere in tutta la sua banale semplificazione sulla pagina web di Generazione Famiglia, rende bene il senso di quanto ormai scadente sia il dibattito su temi etici, e per questo politici, oggi in Italia. Non si tratta tanto di dire chi ha torto e chi ha ragione, per fortuna, si tratta ancor prima di capire come tutta la questione che divide le anime e le menti intorno allo "spauracchio del gender" sia in realtà un dialogo tra sordi. 

Anzitutto bisognerebbe avere il coraggio di affermare che non esiste alcuna "teoria del gender", o "dell'identità di genere" che dir si voglia, essendo tale locuzione una pia invenzione di coloro che, fraintendendo più o meno consapevolmente una complessa congerie di studi, analisi sociali e filosofiche contemporanee, hanno deciso di ergersi a spada tratta quali oppositori di un variegato campo di ricerche, i cosiddetti gender studies (letteralmente "studi di genere", al plurale perché sono tanti e se vogliamo anche in contrasto tra loro alle volte, di certo non sono una teoria, o una ideologia), riassunti e sussunti per comodità e faciloneria sotto il lemma "teoria del gender". 

Il Bus della Libertà

Lo chiamano il "Bus della Libertà" e arriverà domani, domenica 25 febbraio, a Verona in piazza Bra sin dal mattino alle ore 10.30. L''iniziativa promossa da CitizenGo e Generazione Famiglia - Le Manif Pour Tous Italia avrebbe dovuto fare tappa a Torino nella giornata odierna, ma l'amministrazione comunale del sindaco Appendino ha deciso di revocare la concessione del suolo pubblico, in linea peraltro con una mozione che impegna la Giunta torinese a «non concedere spazi ad organizzazioni omofobiche e transfobiche».

A Verona il bus invece arriverà e non solo, sarà anche accolto tra gli onori di casa, con il vicesindaco Lorenzo Fontana, esponente di spicco della Lega di Matteo Salvini, il quale ha annunciato che sarà presente in piazza Bra per dare il suo personale benvenuto al "Bus della Libertà". Sulla fiancata di quest'ultimo campeggia a caratteri cubitali la scritta «Non confondete l'identità sessuale dei bambini», e poi ancora «Stop gender nelle scuole». È quantomeno singolare che ci si appelli al concetto di "Libertà" per vietare qualcosa, per rimuovere piuttosto che affrontare un tema, per cancellare o far sparire piuttosto che provare a comprendere da dove provengano certe idee, magari anche diverse dalle proprie convinzioni, da dove traggano cioè origine certi libri, quali siano le istanze sociali umane che li hanno generati.

Cancellare le differenze, salvare le differenze

Scopo principale del "Bus della Libertà", rivendicato dagli stessi promotori dell'iniziativa, è quello di «denunciare la nuova ondata di quella che Papa Francesco ha definito una "colonizzazione ideologica" al pari del nazismo e del comunismo». Al di là del riferimento al Pontefice, il quale ha anche avuto modo di esprimersi in modo per così dire più sfumato e inviato segnali di apertura al dialogo su questi temi, desta qualche perplessità l'accostamento di concetti già molto diversi tra loro come il "nazismo" e il "comunismo", in riferimento peraltro a una "teoria" supposta esistere, ma la cui unitarietà ideologica è tutta da dimostrare.

Se da una parte CitizenGo, Generazione Famiglia e associazioni consimili si battono per «promuovere e difendere la libertà educativa dei genitori», «aiutare i genitori a tornare protagonisti dell'educazione dei loro figli», dall'altra il concetto di "libertà" è altrettanto rivendicato da coloro i quali ritengono necessario ripensare alcune forme e strutture consolidate della tradizione. Parimenti, se tra le accuse che vengono mosse nei confronti della presunta "teoria del gender" dai suoi oppositori, vi è quella di «voler cancellare le differenze sessuali», il paradosso dei paradossi è che il bacino culturale all'interno del quale sono nati e si sono inizialmente sviluppati i gender studies è proprio quello del femminismo, che in larga parte può essere anche definito in termini generici come pensiero della differenza, e in particolare della differenza sessuale.  

Salvare le differenze, piuttosto che rimuoverle sottomettendole al principio d'identità, vorrebbe essere l'intento di chi viene accusato dai paladini della cosiddetta "famiglia naturale", al contrario, di voler cancellare le differenze sessuali. Problematizzare la binarietà della ripartizione dei sessi, maschile e femminile, non vorrebbe cioè essere la cancellazione di una distinzione, ma appunto la sua complessificazione, provando cioè anzitutto a mettere in luce come la sessuazione biologica non implichi necessariamente una corrispondente sessuazione psicologica/sociale/culturale. Il che significa, molto banalmente, che se nasco donna, non per forza devo credere che il mio ruolo sociale innato e naturale, sia quello di accudire i cuccioli d'uomo che metto al mondo e magari anche il loro papà, stirando e lavando camicie tutto il giorno, o di converso che se nasco uomo e ho una spiccata vocazione per la danza, la poesia, il taglio e cucito, il lavare i piatti dopo pranzo, debba per questo sentirmi meno adeguato nel mio ruolo di animale sociale.

La logica del gender

Nel suo senso originario, il vocabolo "gender" andrebbe cioè inteso come principio euristico per riconsiderare ed eventualmente provare a cambiare quella che, a torto o a ragione non è questo il punto, il pensiero femminista e non solo, considera essere una lunga tradizione storico-culturale-sociale come quella occidentale, condizionata fortemente da ciò che il filosofo decostruzionista francese Jacques Derrida ha definito a suo tempo il "fallologocentrismo", vale a dire in estrema sintesi, la tendenza a privilegiare sempre e comunque i caratteri maschili-razionali (frutto della tradizione greco-giudaico-cristiana occidentale) nel costruire, produrre i tratti e le strutture che caratterizzano la nostra civiltà, quindi l'istituzione delle sue norme e la formazione dei connessi significati normali che la regolano e le danno forma. 

Cosa ci azzecca tutto questo con il gender? Molto semplicemente (anche troppo, ma proviamo ugualmente a dirla così e ce ne scusiamo) la storia del "fallologocentrismo" è quella della sottomissione del femminile al maschile, perciò in riferimento all'identià sessuale sarebbe opportuno parlare di gender, onde evitare il rischio intellettuale di dare per scontate cose che in realtà scontate non sono e che nascondono forme più o meno grandi di violenza. Dove sia in tutto ciò la pretesa volontà "ideologizzante" che spinge alcuni a parlare di «colonizzazione» delle menti al pari di quel che fecero il «nazismo e il comunismo», è molto difficile dirlo.

Come ha spiegato la filosofa cattolica Michela Marzano, in realtà ad essere in gioco è piuttosto un processo di liberazione dai pre-concetti, vale a dire che a dover essere messo in discussione è anzitutto «il problema di immaginare un legame necessario tra differenze biologico-anatomiche e quelle comportamentali». Un esempio in questo senso potrebbe essere il ragionamento logico/fallocentrico "le donne che possono/(devono) essere madri, hanno un corpo atto alla gestazione, quindi sono più portate alla cura rispetto agli uomini". Questo tipo di deduzione logica rappresenta, nelle parole di Michela Marzano, una vera e propria «fallacia argomentativa, perché non è la differenza anatomica che predispone alla cura. In realtà la cura non ha né sesso né genere: possiamo avere donne incapaci nel curare i figli come degli uomini. Smetterla di immaginare che determinati comportamenti o attitudini siano legati alle differenze biologiche e genetiche sarebbe già un grosso passo in avanti».  

La piazza e la protesta

L'iniziativa che si terrà domenica 25 febbraio in piazza Bra non è ovviamente passata inosservata e ha prodotto la replica del Circolo Pink di Verona, affidata a una nota nella quale si invita ad essere presenti per «salutare (o qualcos'altro)» il "Bus della Libertà".

Gli organizzatori della protesta hanno quindi inoltre voluto sottolineare l'inopportunità della scelta da parte dell'amministrazione comunale di Verona di ospitare questo genere d'iniziative, ricordando come anche lo scorso weekend si sia tenuto un convegno in Gran Guardia che, dietro l'allure vitalistica (il titolo era "Il Festival della Vita"), avrebbe in realtà veicolato un chiaro messaggio antiabortista: «Per gli organizzatori di questo nuovo gender tour, Verona è da sempre una delle loro mete preferite,  - si legge nella nota del Pink - un territorio che li ha accolti a braccia aperte e che continua a concedere spazi istituzionali. L'ultimo caso è stato il convegno degli antiabortisti dello scorso fine settimana, a cui Comune, Provincia e Regione hanno dato il patrocinio e una collocazione prestigiosa».

«Verona, a differenza di Torino, - si legge ancora nella nota del Circolo Pink - ha approvato nel 1995 le ormai famose mozioni omofobe, una differenza sostanziale di indirizzo politico ma anche culturale. Il bus delle "famiglie normali" arriva domani in Piazza Bra carico di menzogne e falsità, perchè quello che anima questa gente è solo la paura di perdere i suoi privilegi economici ed educativi».

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