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Veneto Imprese Unite: «Tassi di interesse esagerati. Banche mettono in ginocchio le imprese»

Andrea Penzo Aiello, presidente dell'associazione di piccole e medie imprese del terziario: «Anacronistico pensare che un'azienda possa far fronte ad una rata di un debito contratto per coprirne altri causati dal lockdown»

Rincari continui di gas, luce e benzina, ma anche carenza di forza lavoro e politiche economiche sempre meno rispondenti alle reali necessità dei cittadini. Sono queste, secondo l'associazione Veneto Imprese Unite, le cause principali della crisi che le aziende italiane stanno vivendo in questi ultimi mesi. Una situazione difficile che sta mettendo in ginocchio gli imprenditori veneti. Imprenditori che si trovano ora ad affrontare anche il problema delle maggiorazioni sui nuovi piani di ammortamento dei finanziamenti garantiti, fino a poche settimane fa, con il Fondo di garanzia.

La conversione in legge del Decreto Milleproroghe dello scorso marzo aveva modificato, tra le altre cose, il Decreto Liquidità prevedendo la possibilità di ritardare di sei mesi il rimborso della quota capitale dei finanziamenti garantiti dallo Stato tramite il Fondo centrale di Garanzia Pmi, «su richiesta del soggetto finanziato e previo accordo tra le parti» e «fermi restando gli obblighi di segnalazione e prudenziali». Ogni interessato si sarebbe dovuto quindi confrontare personalmente con la propria banca di riferimento per richiedere l’applicazione delle novità in quanto non applicabili automaticamente.
Le banche, però, una volta ricevute dall'Abi (Associazione bancaria italiana) indicazioni su come procedere, hanno optato per un'applicazione differente. Il tutto tenendo in considerazione il fatto che con la fine di giugno è finito il preammortamento dei primi prestiti garantiti dallo Stato, provvedimento concesso nel primo Decreto di aiuti alle imprese. Questa data era stata stabilita a inizio 2020, ovvero quando ancora non si era a conoscenza di quanto difficile sarebbe stato questo preciso momento storico-economico per le aziende italiane e non solo.

«Oltre agli aumenti delle materie prime e delle utenze che stanno mettendo in ginocchio il Paese, da dicembre a marzo l’Italia ha vissuto di fatto in un lockdown in cui le città sono state quasi nella totalità deserte a causa di quarantene per positività, isolamenti cautelari e aumento repentino del costo della vita - ha accusa Andrea Penzo Aiello, presidente di Veneto Imprese Unite - Se ad oggi i pubblici esercizi vedono un lento e graduale ritorno alla normalità, lo stesso non si può dire per altri settori. Uno su tutti il commercio al dettaglio. In questo scenario, per alcuni aspetti più critico di quello di marzo 2020, pensare che un’azienda possa far fronte ad una rata di un debito contratto per coprirne altri causati dal lockdown è quantomeno anacronistico. La moratoria, così come comunicata dopo il Milleproroghe, sembrava dovesse semplicemente aumentare di sei mesi il periodo di preammortamento e concedere rate per i soli interessi da luglio a dicembre 2022, iniziando anche a restituire la quota capitale da gennaio 2023. Però, dopo mesi in cui le banche ancora non avevano avuto notizie su come applicare il tutto, a fine maggio i principali istituti bancari hanno avuto ordine dalle loro direzioni centrali di "applicare la moratoria" andando a creare un nuovo prestito che ha effettivamente sei mesi di preammortamento ma che va anche ad estinguere quello previsto in precedenza. Così facendo, l'azienda si trova costretta a perdere tutte le condizioni di maggior favore ed è sottoposta a tutto quello che un prestito bancario oggi prevede: indagini approfondite per valutare se l’impresa è sana, deposito di eventuali garanzie personali e, soprattutto, tassi d'interesse pieni che, visto il mercato odierno, vuol dire migliaia di euro in più buttati a favore delle banche. Le stesse che stanno ora comunicando ai clienti che l’applicazione della moratoria non è un'opzione conveniente, sottolineando che non sussiste più un periodo di crisi come nel 2021 ed essendo perciò corretto che le aziende non abbiano certe tutele viste ormai come eccessive».

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