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Ma chi fa l'esame di italiano agli aspiranti baristi?

Chi vuole aprire un esercizio pubblico deve conoscere la lingua. Spiegateci come funziona

Va bene tutto. Vanno bene le accuse dell’opposizione, che parla senza tanto girarci intorno di “discriminazione implicita nel bando per la vendita di cibo e bevande” del Comune di Verona. E facciamo finta che vada bene anche la replica del sindaco Tosi, quando dice che “chi vuole aprire un’attività, o meglio un pubblico esercizio, in una città turistica come Verona deve perlomeno sapere l’italiano”.

Perfetto. A parte che anche su queste cose ci sarebbero da aprire, come si faceva una volta, un bel po’ di dibattiti, a cominciare dalla “tassa d’ingresso” prevista dal bando.

Ma in ogni caso la domanda che ci salta in mente è comunque un’altra: ma chi è che stabilisce, alla fine della fiera, se l’aspirante barista, piuttosto che l’aspirante kebabbaro, sa oppure no l’italiano? Insomma, che si fa, si nomina un’apposita commissione? Ci va l’assessore Corsi? Il sindaco? Una rappresentanza della polizia municipale? Un commando di maestre elementari in pensione? E poi, si fa un esame scritto? Orale? Insomma, come funziona questo esame di italiano?

Ma chi fa l'esame di italiano agli aspiranti baristi?

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