Veronese in Cina: «In Italia, coronavirus sottovalutato per ben due mesi»

La giornalista Selene Vicenzi racconta la storia di Gabriele, un italiano bloccato in casa dal 22 gennaio

Gabriele, veronese in quarantena in Cina

Questa è la storia di Gabriele, 35 anni, che da 11 anni vive a Shanghai e lavora nel settore design-comunicazione. Per il capodanno cinese, Gabriele era andato nella città di Lianyungang, nella provincia di Jiansu, e dal 18 gennaio è bloccato con la moglie a casa dei suoceri. 

 Quando è scoppiato il virus - racconta Gabriele - ero a Shanghai. È stato un momento particolare perché è successo proprio prima del capodanno cinese. Ora mi trovo praticamente a 6 ore di macchina da Shanghai. Non so quando potrò tornare a casa. Ci sono regole molto chiare e inflessibili in questa città. Non sono più uscito da questo residence dal 22 di gennaio, perché non sono residente qui e non ho il permesso. A fare spesa ci pensa il padre di mia moglie, che esce ogni due giorni. Qui ti misurano la temperatura ovunque, all'entrata e uscita dei supermarket. Anche se non l'ho mai fatto, perché non sono mai uscito, sò che all'entrata del residence dove mi trovo ora, ci sono sempre più di quattro guardie che fermano tutti e misurano la  temperatura prima di entrare o uscire.

Gabriele, scoppiato il virus, non aveva intenzione di rientrare subito in Italia, nonostante avesse qui la madre, perché nessuno credeva sfociasse in un'emergenza così grave.

Mai si pensava ad una pandemia così improvvisa - ha aggiunto Gabriele - Avevo già pianificato il viaggio per l'Italia e a dire il vero non l'ho ancora annullato. Ci ho pensato a tornare, ma era troppo tardi e ho dovuto seguire le regole imposte, le stesse che ora si stanno seguendo in Italia. Mia mamma vive a Peschiera.

Nonostante Gabriele senta il bisogno di camminare e parecchio, tutto sommato sta bene.

Sono una persona molto paziente. Mi tengo occupato fino dal primo giorno, lavorando da qui.

Verso la Cina, nutre rispetto.

 Il governo cinese ha saputo controllare milioni di persone, contenere e sacrificare l'intera città di Wuhan in quarantena. Durante il capodanno cinese tutte le città si sono auto-isolate, blindate, attuando nuove regole.

Per quanto riguarda l'Italia invece, Gabriele ha qualche perplessità:

C'è stata un po' di assenza del governo italiano, durante l'emergenza che c'è stata qui in Cina a febbraio. In questi giorni, dove l'emergenza si è spostata purtroppo in Italia, alcuni problemi li hanno gli italiani al rientro in Cina; dove sono sottoposti a quarantena di due settimane a casa oppure in strutture dedicate. In Italia - continua Gabriele - si è sottovalutato questo virus per ben due mesi. Avevate notizie di quello che stava accadendo in Cina da gennaio e poco avete fatto in Italia per bloccare il contagio. Solo una gran confusione. Alcuni amici hanno viaggiato senza nessun controllo in qualsiasi aeroporto italiano. Non dico che andavano bloccati gli arrivi, ma almeno controllati.

C'è qualche strumento che in Italia non stiamo ancora usando, ma che è risultato utile in Cina?

Nessuno è preparato per un'emergenza così - ha risposto Gabriele - Ma le uniche misure da prendere sono come quelle della Cina. Copia e incolla. Esempio: l'uso delle mascherine. Perché in Italia pochi le usano? Qui tutti le usano. E così finché l'emergenza sarà finita. Con delle specifiche app, qui, ci si informa della presenza di persone positive al virus, nelle zone piu vicine a noi. Una vera e propria mappatura. Oppure quali zone affollate evitare.
La situazione in Cina sta migliorando, già si torna al lavoro, sempre con le dovute precauzioni. Io sto solo aspettando l'ok da questo distretto per uscire e tornare a Shanghai, dove mi aspettano altre due settimane di quarantena, perché arrivo da un altra città. Forza e coraggio.

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Augurando a Gabriele il meglio, lo si augura anche a tutte le persone che si trovano in questo stato di emergenza e che rispettano le regole per il bene proprio e di tutti. Restare a casa deve essere visto come un privilegio, nel rispetto di tutte quelle persone che ora si trovano nelle terapie intensive degli ospedali. E nel rispetto di quegli angeli chiamati dottori che ogni giorno rischiano la vita.

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