Cardiopatico 65enne: «So che sto morendo ma devono salvare gli altri»

Straziante messaggio di un paziente ad una dottoressa veronese, Barbara Parolini, che spiega la situazione negli ospedali durante l'emergenza coronavirus

Foto di repertorio

Quando il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la serrata, bloccando in tutta Italia le attività commerciali, forse gli italiani hanno cominciato a capire veramente la gravità della situazione. Tutti hanno condiviso sui social frammenti della loro vita: c'è chi sta a casa con la famiglia e chi invece deve continuare la sua missione e correre ogni giorno in ospedale per aiutare sempre più persone. Tra questi ultimi, c'è la dottoressa Barbara Parolini, riconosciuta a livello mondiale come autorità e opinion leader nel campo della chirurgia vitreoretinica, la quale ha condiviso su Facebook questo messaggio.

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Come dottoressa, come sta vivendo questo periodo di emergenza?

Ho sempre mantenuto la calma come di mia consuetudine. Sono abituata per carattere a guardare in faccia i problemi con grande pacatezza, concentrandomi sulle possibili soluzioni piuttosto che sul problema. Mi sono trovata più volte con la morte in faccia io stessa. Ho sempre paura ma reagisco con grande controllo - ha risposto Barbara Parolini -. Sono poi abituata dal lavoro a prendere decisioni drastiche molto velocemente, come durante un intervento chirurgico ricco di complicanze e imprevisti. Certo, questa volta la grande differenza è che non tutto è sotto il mio controllo e la situazione sta sfuggendo al controllo in senso generale. Sto vivendo la situazione di emergenza per i miei pazienti cercando di gestire solo le urgenze oculistiche e bloccando sul lavoro tutto ciò che è programmabile. È ormai chiaro che l'unica cosa che possiamo davvero tutti fare è incrementare l'isolamento. Pertanto ho bloccato tutto ciò che causava spostamenti dovuti alla mia attività. Resto sempre reperibile per i pazienti con mail e telefono.
Come vicepresidente della European VitreoRetina Society sono frustrata. Stavo organizzando un congresso internazionale sulle malattie della retina finalmente a Verona per il 4-7 giugno con attesi circa 1.000 partecipanti da tutto il mondo. Con grande rammarico penso di doverlo senz'altro sospendere.

E come mamma?

Come mamma sono senz'altro preoccupata. Mia figlia minore di 15 anni è a casa e ogni giorno ho timore di portarle a casa un contagio legato alla professione mia e di mio marito. Siamo entrambi medici e lui lavora in un grosso ospedale dove certamente non può fermarsi. Mia figlia maggiore vive a Londra. Lì la situazione è più "tranquilla", ma è solo ritardata rispetto a noi. So che arriverà anche lì e mi chiedo cosa sia meglio fare tra il farla rimanere lì, nell'incertezza che si ammali e sia sola a gestire il problema e tra il farla tornare in Italia, perdendo esami all'università e con rischio di ammalarsi anche qui. Non è facile decidere perché ci sono molte incertezze. Mi tengo pronta a decidere qualcosa ogni giorno, come tutti noi.

Qual'è oggi la situazione degli ospedali veronesi?

Sembra che per ora sia lievemente più controllata che in Lombardia dove io lavoro. Ma forse è solo questione di tempo. Tutti dobbiamo avere lo stesso grado di allerta.

Avverte uno stato di psicosi, ci sono molte persone che credono di essere contagiate e poi non lo sono?

Quando siamo davanti ad eventi poco conosciuti, la paura è una normale reazione. È quella che ci aiuta a proteggerci. Alcune persone hanno meno controllo e trasformano la paura in psicosi ossia nel vedere il male anche dove non c'è. Come tutti gli eccessi anche questo va controllato. La paura deve permetterci di difenderci e dobbiamo tenere la testa ben ferma sulle spalle, per noi e per i nostri cari.

Lei stessa credeva fino a pochi giorni fa che si trattasse di una comune influenza?

Certamente sì. Un po' il mio constante ottimismo ha fatto la sua solita parte. Ma soprattutto, fino a dieci giorni fa non avevo capito (e pochi lo avevano capito fino in fondo), che il reale problema non erano i sintomi o la clinica. Tutti ci sentiamo in grado di superare un’influenza se abbiamo difese immunitarie nel range di normalità. Poi ho capito che le differenze più drastiche rispetto l’influenza degli anni precedenti erano due: primo, la frequenza di interessamento polmonare profondo con necessità di respirazione assistita; secondo, la velocità del contagio. Questi due fattori hanno creato il reale gigantesco problema dell’intasamento di pazienti gravi nelle strutture di rianimazione. Le conseguenze sono state inimmaginabili.

Quando ha capito e come che siamo davanti ad una vera emergenza?

Fino a due settimane fa no, perché ero ancora concentrata sulla cura dei miei pazienti e continuavo a credere che, come un’influenza particolarmente contagiosa, sarebbe passata nel giro di poche settimane. Poi qualche giorno fa ha chiamato in studio un mio caro paziente e, con un filo di voce, ha detto: «Cara Dottoressa, Sono in ospedale. Ho la polmonite e il fiato viene a mancare. Mi hanno detto che se mi mancherà del tutto non mi potranno attaccare al respiratore perché sono cardiopatico e ho 65 anni. Devono salvare altri. Volevo ringraziarla per quello che ha fatto per me perché so che sto morendo e non tornerò a vederla».
Ecco, quello per me è stato il momento della realizzazione piena del problema. Ho visto in un attimo davanti agli occhi il paziente, i familiari e i medici che lo volevano curare e non potevano. Lì ho capito bene che tutti dobbiamo aiutarci per limitare i contagi e gli accessi agli ospedali dove non ci possono essere tutte le risorse per curare tantissime persone nello stesso momento.

Crede che gli altri stati stiano sottovalutando la situazione ? 

Stanno assolutamente sottovalutando. Abbiamo attraversato anche noi diverse fasi: quella "informativa e disinformativa", dove guardavamo agli eventi della Cina come se fossero molto molto lontani; quella "di accoglienza spericolata" della malattia, dove ci sentivamo invincibili, dove agivamo in modo irrazionale contro i cinesi in Italia, dove facevamo umorismo sia per il nuovo modo di vivere, sia per le misure precauzionali, sia per le reazioni della gente; poi è arrivata la fase "della realizzazione" dove abbiamo capito dove stava il reale problema. È quella che stiamo vivendo ora e si sta sovrapponendo alla fase "proattiva" dove tutti prendiamo ancora più misure di sicurezza con serietà. Purtroppo arriverà la fase "di protesta" e in parte già c’è, dove, a causa dei grossi danni che tutti abbiamo e avremo, economici e di salute, chiederemo aiuto e protesteremo contro il governo, le banche o l'erario. Credo che attorno a noi siano nella seconda fase. Vorrei che gli altri almeno imparassero da noi e si organizzassero più in fretta.
Mia figlia in Inghilterra sta cercando di sensibilizzare nella sua università. Io sto cercando di divulgare messaggi di allerta a tutti i colleghi e amici che ho in tutto il mondo perché i messaggi si espandano più velocemente del virus. Sto dicendo a tutti di prendere sul serio la situazione in fretta, ora, cercando di bloccare la disseminazione adesso in tutti i modi che hanno, capendo che bloccare le attività economiche è un grande sacrificio necessario per bloccare il virus.

Quale consiglio si sente di dare ai cittadini veronesi?

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