Il disturbo post-traumatico da stress. Funzionamento, rischi e strategie d’uscita

Il dottor Giovanni Albertini, psicologo, ci parla di questo disturbo, che può verificarsi in occasione di eventi che possono interrompere il normale scorrere delle nostre vite

Psicologo - Immagine generica

Il dolore è sordo, il dolore è muto. Il dolore è sordomuto.

Sordo perché ascolta solo se stesso, muto perché non ci sono parole

che possono parlarne.

(Andrea Pinketts)

Una definizione

Il disturbo post-traumatico da stress viene definito come una patologia che insorge nella persona quando viene esposta a minacce o realtà di morte, al pericolo di gravi lesioni, eventi catastrofici o violenza – anche sessuale. Tale disturbo può verificarsi quando questi eventi sono vissuti di persona, ma anche quando a subirli siano amici o familiari1.

Al di là della classificazione da manuale, possiamo dire che il disturbo post-traumatico da stress può verificarsi quando la persona si trova di fronte ad un evento che interrompe, in modo brusco e violento, lo scorrere normale della sua vita.

Pur sopravvivendo alla catastrofe, la persona porta con sé il fantasma di quella situazione dolorosa, che in modo beffardo e perverso, continua a riproporsi con la sua torturante nenia.

Le trappole del Disturbo post-traumatico da stress

All’interno del modello di terapia breve strategica sono state individuate tre “trappole” principali2, che rendono complesso per la persona lasciarsi il fantasma alle spalle e ricominciare con il flusso della propria vita, e che al tempo stesso facilitano il crearsi di questo tipo di disturbo.

  1. La fuga: la persona, nel tentativo – del tutto comprensibile e umano – di fuggire quel dolore e di far sparire quel fantasma, cerca di distrarsi e non pensare. Tale tentativo ha dei vantaggi nel breve termine: la persona riempie la sua vita di attività, fino allo stremo delle forze. Tuttavia, nei momenti di pausa da questo iper-impegno, quel ricordo, quella sensazione, quelle immagini, ritornano prepotentemente a ripresentarsi. Si cerca di correre più veloce della propria ombra. Ma quando ci si volta a guardare essa è ancora lì.
  2. La parola: quando stiamo male possiamo avere la tentazione di socializzare il nostro malessere, con amici, parenti, o in gruppi di mutuo aiuto appositi. Questo comportamento, tuttavia, può diventare una trappola altrettanto subdola.
    Da una parte, infatti, si crea un forte legame con chi presta orecchio a questo dolore, dall’altra, tuttavia, – contrariamente al pensiero comune – parlare del dolore lo lenisce in un primo momento, per poi amplificarlo poco dopo. Accade anche che alcuni non lascino andare il dolore, per paura di perdere quel legame che si è creato nel condividerlo. Si finisce in mezzo al ginepraio e non si vuole più uscirne.
  3. Dimenticare e negare: in alcuni casi il dolore è talmente forte che tentiamo di rinchiuderlo dentro una cassaforte per dimenticare che c’è stato o per far finta che non sia mai esistito. Così facendo, si innesca un meccanismo paradossale: più cerco volontariamente di dimenticare qualcosa, più il ricordo di quella cosa si intensifica e si nasconde tra le pieghe del mio vivere, per comparire nel momento più inaspettato. Non c’è prigione che contiene il fantasma, ed esso continua il suo tormento.

Per fornire un esempio pratico: può accadere che una persona subisca un brutto incidente stradale. Mettendo in pratica, in modo continuativo, una o più di queste trappole, c’è la forte probabilità che immagini, sensazioni, odori, sapori di quel momento, si ripresentino in modo intrusivo, come se si ritornasse a quel momento. Questa situazione porta la persona a non riuscire a proseguire con la propria vita, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

Perché occuparsi del disturbo post-traumatico da stress?

Parlare di questo disturbo in questo momento non è solo attuale, ma necessario, in una ottica di prevenzione e promozione della salute. La pandemia di COVID-19, infatti, ci obbliga a prestare la massima attenzione ai rischi di insorgenza di tale disturbo.

Da studi effettuati recentemente sulla presente pandemia e sulla passata epidemia di SARS, infatti, si può vedere come il rischio del manifestarsi dirompente di questo problema sia molto alto, sia tra la popolazione sanitaria, sia tra i sopravvissuti all’epidemia, sia tra tutta la popolazione in generale3. Tutti, in misura differente siamo stati e saremo sottoposti al rischio – e alla conseguente paura – del contagio. Alcuni hanno perso i propri cari o hanno perso degli amici, altri sono in prima linea e vedono il mortale lavoro di questa pandemia costantemente all’opera.

Alcuni studi, pubblicati su riviste scientifiche, rilevano come il rischio dell’insorgere di questa patologia sia elevato e come nessuno ne sia immune.

Il rischio stimato tra il personale medico è attorno al 6%, per il personale non medico che lavora nel settore della salute, invece, è stimato attorno al 10%. I pazienti che sono guariti dalla malattia hanno il 25% di possibilità di sviluppare un disturbo post-traumatico4.

Un ulteriore studio effettuato a Toronto durante l’epidemia di SARS, stima che circa il 30% della popolazione sottoposta a quarantena avesse sintomi da disturbo post-traumatico da stress5.

Questi dati non sono predittivi di quello che accadrà, e tutti ci auguriamo che l’impatto sarà inferiore al passato, tuttavia fingere che non vi siano rischi sarebbe totalmente irrealistico e potenzialmente dannoso.

C’è da dire, inoltre, che la maggiore incidenza di questo disturbo si presenterà con la fine dell’emergenza sanitaria, quando cioè la forte tensione di questi momenti andrà, poco a poco, scemando. Questa caratteristica del disturbo post traumatico da stress – il presentarsi a posteriori – lo rende estremamente subdolo.

Dare nuove orecchie e nuova voce al dolore

Come dice Andrea Pinketts, il dolore è sordomuto. La moderna psicologia, tuttavia ha sviluppato e costantemente sviluppa tecniche pensate appositamente per aiutare le persone ad affrontarlo in modo efficace ed efficiente.

È importante affidarsi a professionisti che abbiano a loro disposizione tecniche consolidate di gestione di questo disturbo6, che per la sua componente fortemente dolorosa, non è mai semplice gestire.

Ma come dare “voce” e “orecchie” a questo dolore?

Come già detto, affidandosi a un professionista qualificato, è possibile apprendere come affrontarlo con più efficacia, medicando la ferita infetta per permetterle di rimarginarsi.

Si tratta di un processo che può essere estremamente doloroso; questo dolore, tuttavia se opportunamente fronteggiato, si affievolisce sempre di più, finché al posto della ferita si possa formare una cicatrice7. A tale scopo, possono essere utilizzate diverse modalità di supporto, che in mani capaci permettono di guidare chi soffre di disturbo post-traumatico da stress a dare una “voce” diversa a quel dolore ed elaborare quel trauma.

L’obiettivo di ogni psicologo, in ogni caso, è sempre questo: mettere chi soffre di questo disturbo nella condizione di affrontare il fantasma, dandogli una voce diversa. Fatto ciò si avranno “nuove orecchie”, non più sintonizzate sulla nenia del doloroso passato, ma concentrate sulla propria vita, presente e futura, liberi da quel peso.

Come diceva Robert Frost: “Se vuoi uscirne, devi passarci nel mezzo”.

Dott. Giovanni Albertini
Psicologo
www.giovannialbertini.com

Note

1APA, 2013.
2Cagnoni, F. & Milanese, R., 2009.
3Tan et al., 2020.
4Shah et al., 2020.
5Hawryluck et al., 2004.
6Ehlers et al., 2010.
7Nardone, 2019.

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).
  • Cagnoni F., & Milanese, R. (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Ehlers, A., Bisson, J., Clark, D. M., Creamer, M., Pilling, S., Richards, D., ... & Yule, W. (2010). Do all psychological treatments really work the same in posttraumatic stress disorder?. Clinical psychology review, 30(2), 269-276.
  • Hawryluck, L., Gold, W. L., Robinson, S., Pogorski, S., Galea, S., & Styra, R. (2004). SARS control and psychological effects of quarantine, Toronto, Canada. Emerging Infectious Diseases, 10(7), 1206.
  • Nardone, G. (2019). Emozioni: istruzioni per l'uso. Ponte alle Grazie.
  • Shah, K., Kamrai, D., Mekala, H., Mann, B., Desai, K., & Patel, R. S. (2020). Focus on mental health during the coronavirus (COVID-19) pandemic: applying learnings from the past outbreaks. Cureus, 12, e7405.
  • Tan, B. Y., Chew, N. W., Lee, G. K., Jing, M., Goh, Y., Yeo, L. L., ... & Shanmugam, G. N. (2020). Psychological Impact of the COVID-19 Pandemic on Health Care Workers in Singapore. Annals of Internal Medicine.

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