Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Salute

Agorafobia in pandemia. Effetti imprevisti e imprevedibili delle restrizioni

Cosa comporta questo disturbo? Come nasce e quale rapporto ha con la pandemia di Covid-19? Il dottor Giovanni Albertini e la dottoressa Giulia Rinaldi ci spiegano come intervenire

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo,

ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è.

Mark Twain

Il termine agorafobia deriva dal greco, ed è composto delle parole agorà (piazza) e fóbos (paura), e denota, generalmente, la paura degli spazi aperti o dei luoghi affollati, come le piazze, appunto. Parlarne adesso risulta quanto mai opportuno essendo arrivato il momento, e ogni giorno di più, di ripopolare le piazze e rinunciare alla forzata, anche se rassicurante per certi aspetti, protezione delle nostre capanne.

Nota tecnica: una definizione

La descrizione dell’agorafobia che ci fornisce l’ICD-11, pubblicato dall’OMS è la seguente:

“L’agorafobia è caratterizzata da una marcata ed eccessiva paura o ansia che si presenta in risposta a diverse situazioni dove la fuga potrebbe essere difficoltosa o ricevere aiuto possa essere difficile, come usare trasporti pubblici, stare in mezzo alla folla, essere fuori casa da soli, stare in coda. La persona è molto ansiosa riguardo queste situazioni, per la paura di specifiche conseguenze negative, come attacchi di panico o altri sintomi fisici imbarazzanti o invalidanti. Le situazioni sono attentamente evitate, se non con il supporto di una persona di fiducia, oppure, in assenza di costui, vissute con intensa paura o ansia.
I sintomi possono perdurare per mesi e invalidare il funzionamento della persona in una o più aree della propria vita”1.

Anche il DSM-V dell’APA, sostanzialmente concorda con questa definizione, pur con qualche minima differenza2.

1WHO, 2020.
2APA, 2013.

Come funziona e come si crea l’agorafobia?

L’agorafobia si struttura quando una persona mette in atto determinati comportamenti di evitamento. Tali comportamenti, all’apparenza innocui e dettati dalle migliori intenzioni, se reiterati, costruiscono un circolo vizioso che diventa un problema.

La prima insidia nella quale si può inciampare è quella di evitare una situazione temuta. Nel caso specifico dell’agorafobia si tratta proprio di evitare di uscire di casa, di stare in mezzo a tante persone o evitare luoghi o situazioni da cui potrebbe essere difficile scappare; anche la paura di stare in coda in macchina, per esempio, può essere una manifestazione agorafobica.
La persona, avendo avuto una o più esperienze in cui si è sentita a disagio in alcune delle situazioni sopra descritte giustamente cerca di evitarle il più possibile. Che male c’è?
Il meccanismo perverso di questa insidia sta proprio nel “che male c’è?”. All’inizio infatti ci si sente in salvo da quella situazione, tuttavia la reiterazione rende sempre più vera l’idea che quella situazione sia da temere.

La seconda insidia, forse ancora più subdola della prima, è quella di chiedere aiuto a persone di fiducia (familiari, amici…). Anche qui, si tratta di una cosa apparentemente innocua e normale, o no?
È proprio grazie a questa seconda apparente soluzione, infatti, che la persona potrà vivere anziché evitare molte situazioni che da sola avrebbe troppa paura ad affrontare.
Però fare ricorso a queste presenze rassicuranti, rafforza l’dea che quelle situazioni siano da temere e che la persona non sarebbe in grado di affrontarle in autonomia, rendendo così quella paura sempre più legittima.

Una ulteriore variazione sul tema, e nemmeno così rara, è che una persona che è già molto in ansia in una determinata situazione, sperimenti un attacco di panico vero e proprio. In seguito a questa esperienza c’è il forte rischio di cadere in una terza insidia, che si somma alle altre due, e che consiste nel controllare il proprio corpo e le proprie sensazioni, alla ricerca della presenza o meno dell’ansia. Questo non è sempre un meccanismo cosciente, ma spesso diviene un automatismo. Così facendo, tuttavia, accade che questa costante ricerca e ascolto delle proprie sensazioni sia essa stessa la scatenante di un attacco di panico, portando allo strutturarsi di una patologia invalidante.
In casi come questo si parlerà di un disturbo da agorafobia con attacchi di panico3.

3Nardone, 1993 & 2006. 

L’agorafobia ai tempi della pandemia

La pandemia da covid-19 e le sue conseguenze, impattando direttamente sulle nostre vite, sono entrate in stretta relazione anche con questo problema. L’emergenza sanitaria e le limitazioni alle libertà che le sono conseguite, primi fra tutti l’isolamento e il confinamento forzati, (si ritiene che se fossero stati volontari sarebbero potuti essere meno impattanti sulla salute mentale delle persone4) sono un grosso fattore di rischio per il presentarsi di questo disturbo.

La paura si costruisce sempre sulla base di due elementi dominanti: uno è l’evitamento prolungato e l’altro è l’eccesso precauzionale. Noi siamo stati costretti a questi evitamenti ed eccessi precauzionali perché sono stati, in questo momento di emergenza, forme adattive, legate al contesto particolare che stiamo vivendo. L’evitamento è una soluzione subdola, perché in un primo momento funziona, ma in realtà è solo un effetto a breve termine. A lungo andare la paura rimane a galla proprio grazie a questo comportamento, e continua a peggiorare sempre di più.

Uno studio apparso sulla prestigiosa rivista The Lancet, che andava a verificare cosa fosse successo durante la prima epidemia di SARS, fornisce dati che suggeriscono come l’isolamento e il confinamento siano fortemente predittivi di sintomi da stress, disturbi post-traumatici fino a tre anni dopo l’evento, e anche di manifestazioni agorafobiche e da evitamento5.

Un altro studio svolto in Italia, e pubblicato recentemente, stima che l’1.5% della popolazione potrebbe sviluppare disturbi da agorafobia, spesso con attacchi di panico, che si stima si presentino nel 26% dei casi6.

Il distanziamento sociale e la quarantena – o lockdown che dir si voglia –, infatti, ci hanno costretti, tutti, ad evitare situazioni che sono, di per sé, normali.

Una volta createsi queste strutture fobiche, tuttavia, non è così semplice per la persona smantellarle o gestirle in autonomia. In alcuni casi essere possono consolidarsi fino a diventare disturbi fobici più o meno gravi, che invalidano la vita di chi li subisce.

4Rubin & Wessely, 2020.
5Brooks et al., 2020.
6Preti et al., 2020.

Come si può intervenire sull’agorafobia?

L’approccio breve strategico, per esempio, nel caso dell’agorafobia, ha sviluppato specifici protocolli di intervento e trattamento che permettono uno sblocco rapido del problema7.

Nel caso specifico l’obiettivo dello psicologo (o dello psicoterapeuta), è quello di guidare la persona a gestire in modo autoefficace le sintomatologie fobiche, per portarla alla rottura del circolo vizioso che mantiene e alimenta il problema.

A chi legge, e magari soffre di questo problema, potrebbe venire il pensiero di dire: “Bella forza! Io so benissimo cosa dovrei fare. Solo che non so come farlo, e la mia testa me lo impedisce!”.

E questa persona avrebbe perfettamente ragione. Molte delle inside in cui si può cadere sono, come già detto, automatiche, e sottrarvisi è molto difficile. È compito della tecnica psicologica mettere in campo una serie di manovre che hanno lo scopo di aiutare le persone ad uscire da questi circoli viziosi, per innescare al loro posto processi virtuosi, che vanno nella direzione opposta di queste patologie.

Come dice Emil Cioran: “L’ansioso prima edifica i suoi timori e poi ci si accomoda sopra”, ma di quella “comodità”, più illusoria che reale, si può imparare a fare a meno.

7Nardone, 1993, 2006 & 2016; Nardone & Watzlawick, 2010.

dott. Giovani Albertini

Psicologo
www.giovannialbertini.com

dott.ssa Giulia Rinaldi

Psicologa-psicoterapeuta
https://www.giuliarinaldi-psicologo.it/

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).
  • Bai Y, Lin C­C, Lin C­Y, Chen J­Y, Chue C­M, Chou P. Survey of stress reactions among health care workers involved with the SARS outbreak. Psychiatr Serv 2004; 55: 1055–57.
  • Brooks, S. K., Webster, R. K., Smith, L. E., Woodland, L., Wessely, S., Greenberg, N., & Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, 395(10227), 912-920.
  • Nardone, G. (1993). Paura, panico, fobie: La terapia in tempi brevi. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2006). Non c'è notte che non veda il giorno: La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico. Milano: Tea Pratica.
  • Nardone, G. & Watzlawick, P. (2010). L'arte del cambiamento: La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Milano: Tea Pratica.
  • Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Preti, A., Piras, M., Cossu, G., Pintus, E., Pintus, M., Kalcev, G., ... & Carta, M. G. (2021). The burden of agoraphobia in worsening quality of life in a community survey in Italy. Psychiatry Investigation, 18(4), 277.
  • Rubin, G.J., Wessely, S. (2020). The psychological effects of quarantining a city. BMJ; 368: m313.
  • World Health Organization (2020). International statistical classification of diseases and related health problems (11th ed.). https://icd.who.int/
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