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Martedì, 30 Novembre 2021
Politica Centro storico / Piazza Bra

Giorno del Ricordo: il discorso integrale di Camilla Velotta e le successive polemiche

Duro scontro nel "Giorno del Ricordo" a Verona tra il sindaco «dispiaciuto e allibito» per l'intervento della rappresentante della Consulta provinciale studentesca Camilla Velotta

Quella di ieri è stata a Verona una giornata condita da polemiche che difficilmente potranno essere rubricate a semplice "incidente", sorte sulla scia della ricorrenza ufficiale del "Giorno del Ricordo" e che hanno visto protagonisti il sindaco scaligero Federico Sboarina da una parte e, dall'altra, la presidentessa della Consulta provinciale studentesca Camilla Velotta. Quella di quest'ultima, secondo quanto poi dichiarato dal primo cittadino scaligero, sarebbe stata l'«unica voce fuori dal coro» rispetto a quanti invece durante la cerimonia avrebbero espresso idee nella volontà di raccogliere «il testimone di condanna per ogni violenza e ogni totalitarismo».

Scontro nel "Giorno del Ricordo", Sboarina: «Da Velotta mancanza di rispetto» 

Le critiche del sindaco Federico Sboarina mosse verso il discorso pronunciato dalla presidentessa della Consulta provinciale studentesca Camilla Velotta sono state davvero molto dure: «Sono dispiaciuto e allibito, - ha affermato Sboarina - per la mancanza di rispetto e l’impostazione ideologica del suo intervento. Come se ci fossero vittime meno meritevoli di essere commemorate». Il primo cittadino scaligero, nella veste istituzionale che ricopre, ha poi aggiunto in una nota ufficiale del Comune di Verona: «Tutte le cerimonie celebrative, nessuna esclusa, servono a condannare qualsiasi tipo di totalitarismo e violenza, mentre atteggiamenti e parole come quelle ascoltate oggi, intrisi di ideologia, puntano a separare, a classificare tragedie di sere A e drammi di serie B, nel segno dello scontro». 

Il discorso di Camilla Velotta

All'interno del suo discorso che, nonostante un audio pessimo riproponiamo qui in video e proprio perciò anche testualmente a fondo articolo, Camilla Velotta esordiva definendo quella del confine orientale una storia «non semplice», riconoscendo che «per molti anni restò offuscata», ma ponendo l'attenzione anche sul fatto che «ogni anno la data del 10 febbraio diventa l’occasione di una battaglia ideologica che crea contrapposizioni strumentali, a causa delle quali diventa impossibile analizzare in maniera storicamente approfondita quello che per anni interessò alcune terre molto vicine a noi, e rende difficile ricordare quelle vittime». A fronte di queste sue valutazioni, la presidentessa della Consulta provinciale studentesca Camilla Velotta evidenziava inoltre che «proprio per questo è necessario, invece, anche attraverso le numerose ricerche che per anni diversi storici hanno condotto sul tema, fare chiarezza sul quel periodo e studiarlo soprattutto a partire dalle nostre scuole». La parte iniziale dell'intervento di Camilla Velotta terminava quindi con un invito a «contestualizzare» il periodo storico in oggetto per «interrogarsi su cosa è venuto prima e cosa ha comportato, quali ne sono state le cause e chi ne ha subite le conseguenze». Infine, nella porzione finale del suo discorso, la stessa Camilla Velotta ha quindi posto l'attenzione sui giorni nostri, ricordando come «la condizione dei migranti che dalla Grecia affrontano la rotta balcanica per raggiungere l’Europa democratica, è disumana», auspicando un'«accoglienza efficace e sicura», nonché il rifiuto dei «nuovi nazionalismi» affinché si possa «costruire un'Europa più giusta e solidale, che non lasci indietro nessuno».

 

La replica al sindaco di Verona da parte degli studenti

A fronte delle successive esternazioni polemiche del sindaco di Verona Federico Sboarina che abbiamo più sopra riportato, la Rete degli studenti di Verona ha rilasciato una nota di replica, nella quale viene riportata anche una frase che lo stesso primo cittadino scaligero avrebbe, condizionale d'obbligo, detto alla stessa presidentessa Camilla Velotta al termine della cerimonia: «Quella storia non va studiata, perché studiarla significherebbe giustificarla». Inutile dire che proprio questo appare essere un atteggiamento ideologico dinanzi alla storia che come ogni scienza va anzitutto per l'appunto studiata, con metodo e si spera anche passione, qualunque sia il "capitolo" preso in considerazione: esiste la "Teologia", ma pure una "Storia delle Religioni" che procede con metodo comparatistico e scientifico, ed anche dinanzi alle "foibe" se si parla di storia è alle metodologie di ricerca proprie della seconda cui bisogna fare riferimento. In tal senso sarebbe quanto mai gradita una smentita ufficiale della frase sopra citata, cui debitamente daremmo nell'eventualità doverso spazio.

La polemica, come ovvio, non si è però esaurita qui. Lorenzo Baronti della Rete degli Studenti Medi di Verona ha dichiarato: «Non accettiamo lezioni di storia da chi pubblica una foto sui social per poi cancellarla poiché non ne conosce il significato. È proprio per questi episodi che crediamo che la storia vada studiata». Il riferimento è ad un'immagine di cui ci si era già occupati ieri, pubblicata e poi rimossa in occasione del "Giorno del Ricordo" dallo stesso sindaco di Verona Federico Sboarina sul proprio profilo Facebook istituzionale: si tratta di una cruda scena di fucilazione, già in passato utilizzata da amministrazioni politiche di ogni colore, destra e sinistra, e persino istituzioni scolastiche, all'interno di locandine ufficiali, oltre che in rete per i più svariati post di tenore marcatamente politico, per illustrare la violenza slava contro le vittime italiane con riferimento alla cosiddetta questione del "confine orientale" ed alle "foibe". In realtà la fotografia, pubblicata ieri su Facebook anche da Luca Zaia in un post ad oggi tuttora visibile, risulta essere stata scattata nel 1942 e le vittime non sono degli italiani, bensì dei contadini sloveni di cui si conoscono persino nome e cognome, in attesa per l'appunto di essere fucilati dai militari dell'esercito italiano. Tornando invece alle polemiche, a parlare tra gli studenti è stata poi anche Deborah Fruner, coordinatrice dell'UDU Verona, la quale ha sentenziato: «Il sapere va tutelato in quanto tale e attaccare gli studenti dimostra ancora una volta come una ricorrenza quale quella della "Giornata del Ricordo" debba essere approfondita e studiata perché non venga resa strumentale».

Giorno del Ricordo post Facebook Luca Zaia 2021

Giorno del Ricordo post Facebook Luca Zaia 2021

Il post Facebook del sindaco Sboarina sulle foibe rimosso a causa di una fotografia 

Il Pd veronese: «Bullismo istituzionale. Mai visto il sindaco spendersi così contro il negazionismo della destra»

Sul fronte più strettamente politco, a livello locale, sono intervenuti sulla vicenda gli appartenti al gruppo consiliare comunale del Partito democratico di Verona Elisa La Paglia, Federico BeniniStefano Vallani, i quali in una nota hanno definito «bullismo istituzionale» le parole del sindaco scaligero: «Condanniamo fermamente il bullismo istituzionale del sindaco che, con i mezzi del Comune, ha attaccato senza alcun motivo una relatrice della cerimonia ufficiale della "Giornata del Ricordo", precisamente la presidentessa della Consulta degli Studenti colpevole, a suo dire, di avere dato "una impostazione ideologica al suo intervento". Da quando in qua - si chiedono retoricamente i consiglieri del Pd veronese - il sindaco fornisce patenti di correttezza agli interventi delle parti sociali, soprattutto in una giornata che dovrebbe essere di riconciliazione con la storia? Camilla Velotta, - concludono La Paglia, Benini e Vallani - ha sottolineato la complessità storica della vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata, ma evidentemente l’ultrà politico che si nasconde (neanche tanto) dentro il sindaco concepisce la "Giornata del Ricordo" come la festa dell’anticomunismo militante. Non l’abbiamo mai sentito spendersi con tanto ardore contro il negazionismo che prolifera nella destra radicale veronese».

Cgil Verona: «Reazione scomposta del sindaco»

Tra i primi a prendere posizione dopo la polemica sollevata dal sindaco di Verona Federico Sboarina, è stato il segretario generale della camera del lavoro di Cgil Verona, Stefano Facci, il quale in una nota ha spiegato: «L’intervento della rappresentante degli studenti veronesi alla celebrazione ufficiale della "Giornata del Ricordo" è stato scritto ed esposto con equilibrio, pacatezza e competenza nel maneggiare argomenti così delicati. Restiamo dunque basiti davanti alla reazione scomposta del sindaco Sboarina che ha additato la giovane con argomentazioni pretestuose e inconsistenti». 

Lo stesso Stefano Facci ha quindi aggiunto: «Come sindacato manifestiamo il nostro più amaro disappunto che una giornata di riflessione e approfondimento come dev’essere la memoria delle tragiche vicende del confine orientale italiano, caratterizzate dalle vicende delle foibe e dall’esodo giuliano-dalmata, venga trasformata ancora una volta in motivo di scontro ideologico. E ciò che è più grave, - spiega infine Stefano Facci - è che quest’anno il "cuneo" della divisione non è stato messo da gruppuscoli di radicali estremisti, ma dal primo cittadino in persona il cui compito, ancora prima di "rappresentare tutti i veronesi", come troppo spesso retoricamente si sente dire, sarebbe quello di rappresentare l’unità della comunità veronese».

Il testo integrale dell'intervento di Camilla Velotta per il "Giorno del Ricordo"

Di seguito riportiamo per completezza il testo del discorso pronunciato ieri, mercoledì 10 febbraio 2021, dalla presidentessa della Consulta degli studenti della provincia di Verona Camilla Velotta durante la cerimonia istituzionale per il "Giorno del Ricordo":

«Il 10 Febbraio è la data istituita nel 2004 dalla Repubblica Italiana, per ragionare e riflettere su tutte quelle vicende che hanno caratterizzato il confine orientale italiano negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Quella del confine orientale non è una storia semplice, questo lo dimostra il fatto che per molti anni restò offuscata, ed è probabilmente una storia che non abbiamo ancora compreso davvero fino in fondo neanche oggi. Ogni anno la data del 10 febbraio diventa l’occasione di una battaglia ideologica che crea contrapposizioni strumentali, a causa delle quali diventa impossibile analizzare in maniera storicamente approfondita quello che per anni interessò alcune terre molto vicine a noi, e rende difficile ricordare quelle vittime. Proprio per questo è necessario, invece, anche attraverso le numerose ricerche che per anni diversi storici hanno condotto sul tema, fare chiarezza sul quel periodo e studiarlo soprattutto a partire dalle nostre scuole. È importante contestualizzarlo, e interrogarsi su cosa è venuto prima e cosa ha comportato, quali ne sono state le cause e chi ne ha subite le conseguenze.

Ricordare serve proprio a questo: capire le cause profonde di tanti mali, e guardare al presente con la consapevolezza che è necessario tenere sempre l’attenzione alta sull’avanzata di nuove ingiustizie. Al termine della seconda guerra mondiale, col mutamento dei confini e degli assetti internazionali, ci fu l’esodo giuliano-dalmata, l’emigrazione di gran parte degli abitanti della Venezia Giulia e della Dalmazia. In quel contesto molti uomini furono costretti ad abbandonare per sempre la propria terra, e a pagare le conseguenze di un nazionalismo sfrenato che l’Italia fascista aveva per anni seguito con convinzione, e che aveva contribuito a tenere quegli uomini all’interno di un nuovo sistema che si stava formando, la Jugoslavia di Tito, un sistema diverso da quello in cui avrebbero voluto vivere. Vittime dell’imperialismo sono stati quei 250.000 esuli istriani, fiumani e dalmati che nel secondo dopoguerra hanno abbandonato la loro terra per ricostruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Quelle terre sono state a lungo un crocevia di popoli, ricche di diversità che coesistevano all’interno dello stesso territorio, questo solo prima che si contribuisse a cancellare quella diversità a favore di una triste omologazione.

Forse parlare di confine orientale, ci consegna un’ottica puramente italiana, non ci permette di comprendere quella storia che per altri riguarda invece un confine occidentale: dovremmo farlo, invece, da un’ottica di cittadini europei, per essere noi i primi a creare quell’unità tra diverse popolazioni che per anni è stata assente. Ancora oggi in tanti sono costretti, per necessità, a dover lasciare casa e famiglia con la speranza di una vita migliore. E ancora oggi, negli stessi territori, non si sono purtroppo estinte le discriminazioni: la condizione dei migranti che dalla Grecia affrontano la rotta balcanica per raggiungere l’Europa democratica, è disumana. Sembra evidente però la mancanza di politiche di inclusione e di tutela per tutte queste persone, private in questo momento di ogni diritto fondamentale. Il nostro Paese dovrebbe essere in prima fila per la condanna a quelle politiche disumane che da decenni continuano ad ostacolare l’uomo, dovrebbe assumersi la responsabilità di gestione degli esuli contemporanei, e trovare gli strumenti per rendere quest’accoglienza efficace e sicura. Come in passato, anche oggi i nuovi nazionalismi stanno rendendo impossibile la vita di molti, ed è nostro dovere rifiutare l’avanzata di questi sistemi, per costruire un'Europa più giusta e solidale, che non lasci indietro nessuno».

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