Né vincitori, né vinti. Tosi: "Instabilità frutto del no al referendum". Rotta: "Noi all'opposizione"

L'ex sindaco di Verona e Matteo Renzi nuovamente "vicini" nel voler ignorare l'ipotesi di un Governo M5S-Pd. Tosi: "Elettori hanno votato in maniera acritica i simboli". L'On. Alessia Rotta appena rieletta alla Camera: "Il nostro posto in questa legislatura è all'opposizione"

Alessia Rotta, rieletta alla Camera dei Deputati con il Pd a fianco del Segretario dimissionario Matteo Renzi - ph Facebook Alessia Rotta

Una prima notizia dal fronte locale veronese post voto di domenica 4 marzo, è che l'ex sindaco di Verona Flavio Tosi ha cambiato l'immagine del proprio profilo Facebook: niente più "scudocrociato" Dc riassorbito nel simbolo di Noi con l'Italia, si torna allo sguardo fiero e altero della fotografia scattata con alle spalle il nostrano ponte di Castelvecchio.

Ingovernabilità esito bocciatura referendum 4 dicembre

In un video messaggio che analizza l'esito del voto, lo sconfitto Tosi ha ripercorso quelle che sarebbero a suo dire le tappe salienti che hanno condotto l'Italia all'attuale situazione di stallo politico, a cominciare dalla bocciatura della riforma costituzionale: «Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 noi dicevamo che era meglio se passava, ma non passò, più per divisione politica che non per i contenuti, perché quella riforma venne scritta da Calderoli della Lega e dalla Finocchiaro del Pd, sappiamo come è andata, ci siamo ora ritrovati a votare con una legge conseguenza di quella bocciatura, quindi con di nuovo ingovernabilità. Se fosse passato il referendum, oggi avremmo avuto una legge elettorale tipo "Italicum" quindi un maggioritario con ballottaggio e un Senato sostanzialmente abolito».

Il referendum diede però come esito una netta bocciatura della riforma costituzionale proposta dal Pd, e per Tosi fu proprio questo l'inizio di tutti i problemi, così come in fondo aveva già lasciato intendere anche lo stesso Matteo Renzi lunedì durante il suo discorso in serata: «Abbiamo ancora 630 deputati e 315 senatori, - ha aggiunto Tosi - uno Stato immutato e immutabile, l'ingovernabilità ancora più ampia di quella che si potesse temere, con elettori che hanno votato purtroppo non tanto le persone in lista ma in maniera acritica i simbli di partito, rivelando di credere alle "promesse elettorali". Oggi parli con i cittadini che vogliono andare in pensione prima e ti dicono che credono realmente che possa essere abolita la "legge Fornero", ci sono quelli che credono che la "flat tax" possa davvero essere portata al 15% per tutti, quindi si vede che raccontare "balle" in campagna elettorale paga. Noi non vogliamo avere quello stile, non lo avremo mai, continueremo comunque sulla nostra strada cercando di essere coerenti».

Il futuro non è dunque roseo, almeno secondo le previsioni dell'ex primo cittadino veronese: «Preoccupa ora lo scenario futuro, perché o c'è un Governo di "larghe intese", ma Berlusconi, Renzi e Salvini dovrebbero rimangiarsi quello che hanno detto in campagna elettorale, altrimenti il Governo di "larghe intese" è impossibile. L'unico altro Governo possibile sarebbe il "Governo dei populismi", ma sarebbe surreale, di fatto un Governo di chi ha vinto queste elezioni, perché i due diversi populismi, quello di Grillo e di Salvini, sono i veri vincitori, però la vedo dura che governino assieme. L'altro scenario,  - conclude dunque Tosi - è scrivere una legge elettorale decente che rispetti la volontà popolare, consenta la governabilità e tornare poi al voto». 

Lo scenario che Tosi (come Renzi) non vuole vedere

In molti, specie nel Veronese, hanno spesso in passato notato l'innato feeling politico tra Flavio Tosi e Matteo Renzi, una sintonia che toccò l'apice proprio nella stagione della campagna referendaria con presenze in Tv di coppia perfino nel salotto dei salotti televisivi a "Porta a Porta". In vista delle appena trascorse elezioni, i due si sono collocati su posizioni rivali, ma il destino li ha portati ad essere nuovamente uniti nella sconfitta: zero seggi conquistati alla Camera e zero seggi al Senato per Noi con l'Italia che ha mancato la soglia di sbarramento e porterà solo qualche "colonnello" in Parlamento eletto con l'Uninominale, il 18,7% dei voti alla Camera e il 19,1% al Senato per il Pd, sono due catastrofi annunciate ma che sono andate ben oltre (in peggio) ogni più nefasta previsione. 

Ed ecco allora che sia Tosi, sia Renzi, si trovano nuovamente d'accordo quantomeno su una questione: ignorare uno scenario post voto che a molti, anche all'interno del Pd stesso, sembra tutt'altro che un'ipotesi peregrina, vale a dire accettare l'idea di fare da "stampella" per un Governo M5S-Pd. I numeri ci sarebbero, grazie anche ai seggi di Liberi e Uguali, ma a mancare pare essere proprio la volontà, da parte di Renzi e dei "renziani di ferro", i quali preferirebbero finire all'opposizione piuttosto che governare con chi fino all'altro ieri li «insultava» e li «odiava».

Dal canto loro i Cinque Stelle sono ancora immersi nei fumi dei festeggiamenti e celebrano anche in Veneto un risultato giudicato straordinario: «Il Movimento 5 Stelle - si legge in una nota ufficiale - ha ottenuto in Veneto un risultato straordinario: è la seconda forza politica in Veneto e in molte zone i voti che i cittadini hanno espresso per il M5S raggiungono percentuali altissime. Qualche esempio? A Venezia il M5S è prima forza politica con il 27,5%. A Chioggia, dove l'Amministrazione è a 5 Stelle, abbiamo fatto il 32,5% e a Marghera, dove abbiamo seguito le vicende del porto e dell’inquinamento, abbiamo fatto addirittura il 39%. A questo va aggiunto il risultato dei candidati nei collegi uninominali: persone della società civile, che fino al giorno della presentazione delle liste erano poco conosciute e potevano contare solo sulla propria straordinaria preparazione, hanno ottenuto grandi consensi in tutti i collegi. E questo segna l'inizio di un nuovo percorso politico in Veneto».

Le mani "sporche di sangue" e le ressentiment

Nell'immediato del risultato elettorale, il segretario cittadino del Pd Luigi Ugoli era sembrato non voler rinunciare all'idea di una «sinistra di Governo», ma a distanza di poche ore, durante le quali i singoli rappresentanti del Pd locale hanno taciuto con paziente virtù, è finalmente giunta, calata dall'alto del pianerottolo renziano, la "linea ufficiale". Ed ora ecco arrivare anche le prime prese di posizione ufficiali: manco a dirlo, "fedeli alla linea" in quel di Verona.

La neo rieletta alla Camera Alessia Rotta ed Elisa la Paglia, consigliere in Comune a Verona, hanno entrambe pubblicato su Facebook un video in cui l'esponente Pd Matteo Richetti, rispondendo ad alcuni giornalisti, ribadisce i concetti espressi da Renzi in conferenza stampa e sui social: «Andremo all'opposizione, perché non possiamo governare con i populisti che fino a ieri ci insultavano», questo il senso delle dichiarazioni di Richetti, dichiarazioni che stupiscono più che altro per la loro somiglianza "letterale", quasi un "copia incolla" orale, con quelle di Renzi, una lezioncina ben appresa che viene ribadita e scandita utilizzando toni ed espressioni pressoché identici.

Elisa la Paglia scrive a commento del video: «La mia pancia dice questo». Già, e la sua testa cosa dice invece? L'On. Alessia Rotta è un po' più prolissa: «Purtroppo il risultato del Partito Democratico non è stato quello sperato, anzi. Abbiamo perso e doverosamente abbiamo fin da subito riconosciuto la sconfitta, che è stata netta e dolorosa. Sono convinta che il PD non possa che restare alternativo a chi si è presentato con posizioni euroscettiche e proposte che riteniamo dannose e irrealizzabili, come la flat tax o il reddito di cittadinanza. Non per ripicca né per rabbia, credo che il nostro posto in questa legislatura sia all'opposizione». 

"Non per ripicca né per rabbia", ma a sensazione a noi pare che si tratti invece proprio di questo, una bella denegazione, per dirla freudianamente, che malcela una motivazione fondamentalmente "di pancia", per dirla con Elisa la Paglia. Giusta o sbagliata che sia, la scelta di Renzi e dei suoi fedelissimi, rischia di essere un irrigidimento nella sconfitta che prefigura nuove sconfitte, un'onda lunga che continua dal lontano 4 dicembre 2016, quando Renzi continuava a sostenere dopo la batosta del referendum che «comunque il 40% degli italiani ha votato "Sì" e dunque ho ancora il 40% del consenso come alle elezioni europee»...favole, per non dir di peggio.

Allearsi con i 5 Stelle al Governo, sarebbe come ha dichiarato ieri su SkyTg24 Massimo Cacciari «il meno peggio» per il Pd, ma avrebbe se non altro un vantaggio che i renziani sembrano non voler capire: smontare dall'interno la rigidità, che in parte fa rima pure con "ottusità", dei 5 Stelle stessi. Hanno detto "peste e corna" del Pd finora, ed oggi si alleano con loro, proprio come il Pd fece a più riprese con Forza Italia e Berlusconi, questo si chiama opportunismo in politica e renderebbe evidente a tutti che anche i 5 Stelle sanno "sporcarsi le mani di sangue", quando serve farlo.

Scegliere invece di "mantenere la barra dritta", sedersi tra i banchi dell'opposizione attendendo che si formi un "Governo dei populismi" come lo ha definito Tosi, potrà anche essere presentata come una scelta di "rispetto nei confronti degli elettori del Pd", come ha detto Matteo Richetti, ma assomiglia anche tremendamente a un modo (l'ennesimo), certo molto "astuto", per non accettare fino in fondo la sconfitta, per non vedere davvero che si è perso. Perché è per l'appunto in nome della sconfitta elettorale del Pd, dovuta peraltro anche a una massiccia transumanza di elettori passati proprio dai democratici ai pentastellati (i flussi elettorali sono lì a rivelarlo), che un'alleanza con il M5S è non solo possibile, ma quasi naturale (molto meno lo è che l'altro "vincitore spuntato" Salvini si allei con il "vincitore spuntato" Di Maio), come naturale fu il tentativo fallito del 2013 di Bersani, e all'epoca tutti erano concordi su tale naturalezza.

Accettare la sconfitta vorrebbe dire riconoscere che la "linea" seguita finora era almeno in parte sbagliata, e dunque vorrebbe dire provare a cambiarla. Chissà che cambiando la propria, di linea, non cambi anche quella dei potenziali alleati. Tutto al momento lascia suppore che il M5S sia un partito tra i più "duttili" e "malleabili" che la storia repubblicana possa ricordare (azienda/setta di marketing poltico criptofascista, o partito movimentista che fa della "partecipazione" la base di un progetto utopistico rivoluzionario/anarchico, ogni definizione di questo tipo è tanto assurda quanto valida). Certo, anzitutto servirebbe una proposta chiara e netta di collaborazione da parte dei Pentastellati, e non le mezze parole e gli auspici sospesi a metà divulgati in queste ore da Di Maio.

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D'alto canto, l'impazienza con la quale Renzi ha voluto collocare se stesso e i suoi nella torre d'avorio dell'opposizione a un Governo che difficilmente potrà mai nascere, rivela come il sentiment da "umiliati e offesi" che aleggia nel Pd, rischi di allontanare ulteriormente il partito dai suoi elettori, quelli "effettivi", ma ancor più quelli "potenziali" o "di una volta", quelli che abitano le «periferie della quotidianità» per l'appunto, un gran numero di persone alle quali del futuro della tessera Pd del pur rispettabilissimo Calenda interessa davvero poco. Ma cambiare la linea, vorrebbe dire tante cose, anzitutto rielaborare i rapporti con i fuoriusciti di Liberi e Uguali, accettare di imprimere alla gestione del Pd in quanto partito modalità differenti rispetto a quelle che il suo Segretatio dimissionario finora gli ha riservato. Tutte cose molto complicate. Ed è per questo che al fondo, invece, sembra proprio che le elezioni 2018 debbano essere ricordate come le elezioni dei vincitori senza "vittoria" e degli sconfitti senza "sconfitta"né vincitori né vinti, di mezzo c'è il Paese Italia. 

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