I turbamenti della "giovane" sinistra veronese: Salemi e Bertucco, che fare?

Tra calcoli matematici e "personalismi", i risultati delle urne di domenica 11 giugno hanno aperto una voragine nel campo della sinistra scaligera

Un dato è certo, quelle di quest'anno saranno sicuramente ricordate come le elezioni amministrative più divisive della storia veronese. Lasciando per un momento da parte le vicende della destra, spaccata in due tronconi, tosiani e non tosiani, o nelle parole di Patrizia Bisinella "sovranisti" (Sboarina & Co) e moderati (a leggere certi nomi nelle liste "moderazione" tutta da dimostrare nei fatti più che a parole), ma anche all'interno stesso dei due raggruppamenti non senza visioni divergenti, vale la pena soffermarsi qualche istante sugli straschichi politici (?) che si sono manifestati negli ultimi giorni all'interno del centrosinistra scaligero.

Dopo i risultati elettorali di domenica 11 giugno, sul banco degli imputati c'è finito Michele Bertucco, l'ex capogruppo in Consiglio comunale del Partito Democratico che viene oggi indicato da molti quale diretto responsabile, più che della sconfitta a sinistra, del trionfo delle "destre". Il suo 4,60% di voti ottenuti, secondo questa lettura, sarebbe andato sottratto al Pd (22,48%) che è rimasto fuori dal ballottaggio per una manciata di preferenze pari a poco più di un punto percentuale. Come pura annotazione formale, va detto che questa è l'analisi che nel campo della destra viene data addirittura come "scontata".

Ad ogni modo, la stessa candidata del Pd Orietta Salemi dopo le dichiarazioni a caldo di Bertucco, il quale aveva sostenuto di aver fatto meglio lui nel 2012 criticando poi lo spostamento al centro del suo ex partito, ha scelto nei confronti del leader della sinistra radicale (?) di mantenere una linea piuttosto dura: "Michele Bertucco ha una strana concezione della politica e anche dell'aritmetica. Non è vero che Bertucco abbia cercato di raggiungere un accordo con il Partito Democratico, ha tenuto per lunghe settimane in sospeso il Partito Democratico che gli aveva prospettato un pieno coinvolgimento nella futura squadra di governo, sostenendo di voler lasciare la politica per dedicarsi alla carriera sindacale a livello nazionale. Abbiamo rispettato i suoi tempi. Di tutta risposta ci sono arrivati soltanto dinieghi e i suoi aut aut. A quel punto era inevitabile che il PD proseguisse nel percorso già tracciato, verso un'idea di partito riformista e di governo, e non accartocciato in un esclusivo ruolo di pura testimonianza. Quindi una scelta coerente che sarei pronta a ripetere”.

La replica del diretto interessato non si è fatta ovviamente attendere, e in modo altrettanto naturale le parole di Bertucco hanno ulteriormente acuito l'impressione di totale contrapposizione tra mondi che, fino a gennaio 2017, erano di fatto un unico e stesso microcosmo all'interno del Consiglio comunale: "Rispetto alla ricostruzione della rottura tra il sottoscritto e il Pd su cui Orietta Salemi ritorna per l’ennesima volta, - ha spiegato in una nota Michele Bertucco - vorrei fare un’unica precisazione: i cosiddetti accordi che il Pd mi aveva sottoposto non erano tali ma erano solamente poltrone (assessorati, presidenze di enti...) che, in un contesto profondamente inquinato dalla prospettiva di una alleanza con Tosi (alleanza ora confermata dai vertici nazionali del Pd) non erano e non sono di mio interesse. Questo vale per l’accordo Pd-Tosi e vale anche per le voci messe in giro circa un mio presunto flirt con Sboarina".

Poi certo, c'è stato anche il tempo per dilettarsi con i numeri, squadernando interpretazioni sui voti raggiunti dal Pd nell'ultima tornata elettorale e quelli ottenuti dai democratici guidati da Bertucco nel 2012. Salemi ammette, "alle elezioni comunali, è vero, ho ottenuto il consenso di 25.808 elettori, a fronte dei 30.555 raccolti cinque anni fa dal centrosinistra unito", ma poi specifica "in un contesto di crollo dell’affluenza, con un numero di voti validi sceso da 134.294 del 2012 agli attuali 114.803 e senza l’accordo con la sinistra radicale, infatti, in termini percentuali, il mio risultato è del 22,48% a fronte del 22,75% raggiunto da tutto il centrosinistra cinque anni fa". Dal canto suo Bertucco ha replicato chiedendo di "non tirare per la giacchetta anche la matematica", insistendo sul fatto che complessivamente "le percentuali raccolte con lo spostamento a destra del Pd sono inferiori a quelle raccolte 5 anni fa con la coalizione di centro sinistra". Ciò che però Bertucco non analizza (scientamente), e che invece Salemi rivendica quasi come un successo (?), è il fatto che nel 2012 il risultato della lista Pd con un'affluenza generale del 69,64% valeva il 14,84% delle preferenze percentuali, mentre il numero di voti inferiore ottenuti da Salemi con un'affluenza complessiva calata drasticamente al 58,81% domenica scorsa, vale tuttavia il 15,88% delle preferenze percentuali. Chi ha ragione e chi ha torto? Evidentemente tutti e nessuno, il fatto è che ad essere sbagliata è la domanda.

Tutta la querelle che sta vivendo il popolo della sinistra, moderata-centrista o radicale che sia, nella città di Verona è profondamente sterile, un dibattito antico più che vecchio, inconcludente e, purtroppo, autolesionista. È innegabile che il Pd veronese abbia patito più che in altre realtà locali la leadership nazionale (peraltro ora piuttosto ammaccata) di Matteo Renzi con il suo avvicinamento al "sire" scaligero oggetto di ostilità decennale Flavio Tosi, ma è altrettanto vero che tutto ciò non è affatto iniziato a gennaio 2017, e in politica anche i "tempi" in cui si compiono le proprie "scelte" hanno una notevole importanza. Non è un caso se in molti della "sinistra radicale" hanno sì scelto di votare Bertucco, ma non senza nutrire dubbi circa la possibilità di rispecchiarsi in un leader, preparato e combattivo certo, ma altrettanto non nuovo.

In quell'universo di polemiche prodottosi nelle ultime ore che imbottiglia chiunque provi a prendervi parte verso l'inaggirabile fattore Rashomon che rende vana ogni pretesa di ricostruire "come siano andate veramente le cose tra il Pd e Bertucco", ebbene ciò che manca è la città e i tanti veronesi, sì sono ancora tanti nonostante tutto, che vorrebbero avere un'alternativa "politica" credibile dinanzi a sé rispetto alle tante destre (le due che sono al ballottaggio non sono le uniche, qualcuna ha anche letteralmente ucciso a Verona) esistenti nel capoluogo scaligero. Possibile che non vi sia condivisione di nulla, politicamente parlando, tra un ex consigliere del Pd e i "radicali di sinistra" che vi si riconoscono (oggi) e il suo ex partito, possibile che non si possa anteporre un "programma comune" ai personalismi da una parte come dall'altra? E ancora, possibile che si preferisca davvero apparentarsi con Tosi, cosa ormai giusta da fare arrivati a questo punto a patto di chiedere in cambio la poltrona di vicesindaco altrimenti destinata a un membro della Lista Tosi come Vittorio Di Dio (senza la qual promessa mai avrebbe tollerato la candidatura di Bisinella), piuttosto che cercare attivamente un coinvolgimento anche di chi alla Bibbia preferisce Il Capitale di Marx?

Ugualmente, possibile che piuttosto di cedere a qualche compromesso, le "anime belle" riservano spesso spiacevoli sorprese alla lunga, si preferisca giungere alla condizione di "dover sperare" nella vittoria di un candidato come Sboarina senza la quale l'accesso in Consiglio comunale per Michele Bertucco non è garantito? Il Pd si apparenti con Bisinella, ma gli elettori di Bertucco siano coerenti e non si trincerino dietro il non voto, vadano alle urne e scelgano Sboarina per far entrare un loro candidato ed essere così rappresentati in Consiglio comunale, dopodiché ciascuno valuti se, forse, non era meglio credere che le cose sarebbero anche potute andare diversamente; in fondo mancano solo cinque anni alle prossime Amministrative...

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