Elezioni 2018, chi vince e chi perde: il popolo, l'Europa, l'ingovernabilità e l'ago della bilancia

Le elezioni politiche hanno dato come risultato due principali vincitori e uno sconfitto, ma a risultare decisivo potrebbe essere proprio chi ha perso: l'empasse e gli scenari post voto

Il leader della Lega Matteo Salvini brinda alla vittoria con i militanti e il vicesindaco di Verona Lorenzo Fontana - fonte Facebook

Esulta il centrodestra, esulta soprattutto la Lega di Salvini, un po' meno Forza Italia che dopo il sorpasso rischia l'implosione e la diaspora (in tal caso Salvini avrebbe una ragione in più per esultare, essendo pronto a rinfoltire le proprie truppe con i fuoriusciti), ma esultano anche i componenti di Fratelli d'Italia. Gli unici a passarsela maluccio a destra sono gli "estremisti dichiarati", da Casapound a Forza Nuova i loro "zero virgola" nemmeno a metterli insieme gli consentirebbero un ingresso in Parlamento. Una vera "Caporetto" confermata anche sul piano locale, con il partito della tartaruga che nel collegio plurinominale Veneto-2 per la Camera si è fermato all'1,50%  (10 mila voti circa) e Italia agli Italiani addirittura allo 0,91% (6 mila e 100 voti).

La vittoria del popolo

Dopo le parole di elogio nei confronti del leader Salvini pronunciate ieri dal vicesindaco di Verona Lorenzo Fontana, il quale aveva parlato di «successo contro le élites europee», è stata la volta di un'altra europarlamentare della Lega, la veneta Mara Bizzotto, sottolineare come il risultato elettorale sia da leggere in chiave antieuropeista: «Il trionfo straordinario della Lega e di Matteo Salvini cambiano la storia del nostro Paese e dell’Europa, chiudono la seconda Repubblica e aprono le porte ad un futuro in cui a decidere è il popolo e non più i poteri forti di Bruxelles e Roma».

Toni battaglieri, insomma, e che mirano direttamente ad attaccare le istituzioni europee: «La Lega che stravince e si afferma in tutta Italia e che diventa il primo partito del centrodestra - ha dichiarato ancora l'europarlamentare Bizzotto - è la vittoria dei cittadini contro l’establishment di Bruxelles e di Roma, è la ribellione di oltre 5 milioni di italiani perbene che vogliono un’Italia libera dai diktat della UE, un’Italia più sicura e più giusta, con più lavoro e meno immigrati clandestini».

Fratelli d’Italia in Veneto sopra la media

Particolare soddisfazione è stata espressa dopo le elezioni dal Coordinatore regionale di Fratelli d’Italia per il Veneto Sergio Berlato, alla luce di un risultato locale che si colloca sopra la media nazionale: «Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto da Fratelli d’Italia in Veneto»,  questo il commento a caldo espresso dal Coordinatore regionale del Partito, Sergio Berlato, il quale fa notare come la percentuale ottenuta in Veneto sia più alta rispetto alla media nazionale  ottenuta dal Partito di Giorgia Meloni, nonostante la convivenza in Veneto con un partito come la Lega che spopola con un risultato che va ben oltre il 32%.

«Oltre al successo dei nostri due parlamentari eletti nei collegi uninominali della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, - ha poi specificato il Coordinatore Berlato - siamo riusciti ad eleggere altri due deputati e un altro senatore nei collegi proporzionali che saranno assegnati nelle prossime ore in via definitiva. I dati certificano dunque un successo di Fratelli d’Italia del Veneto che è stato reso possibile solo grazie al lavoro dei nostri dirigenti e di tutti i militanti».

La Terza Repubblica, numeri permettendo

Il primo a parlare di "Terza Repubblica" è stato il leader del Movimento 5 Stelle nel suo discorso di lunedì mattina, rivolgendosi più o meno direttamente al Presidente della Repubblica Mattarella e dicendosi pronto ad assumere responsabilità di governo con tutto il movimento pentastellato. Anche Marta Vanzetto, consigliere in Comune a Verona, ha ripreso l'espressione, sottolineando l'elezione a Verona dei due parlamentari Mattia Fantinati e Francesca Businarolo, e specificando che la futura Repubblica sarà quella dei "cittadini", contro i modi della vecchia politica: «Terza Repubblica vuol dire quella dei cittadini. Gli italiani hanno deciso che è tempo di cambiare marcia. La strada per sovvertire il malaffare e la malagestio della vecchia politica è lunga, ma il Movimento 5 Stelle ha triplicato le sue forze». 

Il problema restano però i numeri, 316 e 158, rispettivamente alla Camera e al Senato, dove senza una simile quota di seggi nessuna maggioranza e dunque nessun Governo della Terza Repubblica è in grado di nascere. Lo ha voluto ricordare anche Andrea Bassi, il neo Presidente del gruppo consiliare Centro Destra Veneto – Autonomia e Libertà, il quale in una nota scrive: «Come avevo annunciato in tempi non sospetti, era inutile strepitare ed arrabbiarsi. La nuova legge elettorale, unitamente alla frammentazione del quadro politico italiano, ormai tripolare, potrebbe aver prodotto parecchie vittorie di Pirro, nel senso che potrebbero essere fini a se stesse: in sostanza le elezioni non le ha vinte nessuno come temevo. Credo che in queste condizioni si tornerà a votare in autunno, - conclude Bassi - spero però con un'altra legge elettorale che consenta alla prima coalizione classificata di avere una maggioranza stabile sia alla Camera sia al Senato».

Il Partito Democratico e la bilancia

L'unico dato certo di queste elezioni sembrerebbe essere la sconfitta del Pd: il 18,7 % dell'ultima tornata confrontato al 25,42% preso da Bersani nel 2013 alla Camera è un dato eloquente. Matteo Renzi, dopo aver riconosciuto la sconfitta, ha detto che si dimetterà dalla carica di segretario del partito, ma lo farà secondo delle tempistiche differenti da quelle che alcuni all'interno del Pd stesso avrebbero auspicato. Vale a dire non subito, cioè ieri dopo la conferenza stampa, bensì tra un mese e forse più, dopo che il 23 marzo si saranno (forse) eletti i Presidenti di Camera e Senato, dopo addirittura che il nuovo Governo si sarà insediato. Quale Governo? Questo non è affar del Pd, così almeno ha voluto specificare ieri Renzi, affermando con perentorietà «noi si va all'opposizione»

Eppure Renzi sa benissimo che sia M5S, sia Lega e l'intera coalizione del centrodestra, hanno ben poco da fare da soli, Renzi sa cioè benissimo che in questa empasse post voto il vero ago della bilancia risultano essere gli sconfitti, vale a dire anzitutto il Partito democratico. La situazione in fondo non è poi tanto diversa da quella del 2013, soltanto che i ruoli si sono invertiti tra Pd e M5S, con Di Maio che oggi si trova a vestire i panni del Bersani di allora. Certo, di mezzo c'è un Salvini che potrebbe tendere la mano ai Cinque Stelle, a patto "solo" di rinunciare alle sue ambizioni personali, oltre che alla leadership del centrodestra, dovendo in tal caso per forza di cose scaricare Forza Italia. 

Le parole del segretario cittadino del Partito democratico a Verona Luigi Ugoli sono state in questo senso molto nette, precise e indicative di quella che senz'altro è una delle anime presenti oggi nel Pd, quella più aperta cioè al dialogo nei confronti del M5S, dato l'attuale quadro politico nazionale: «Tutti si proclamano oggi contrari ad aggregazioni spurie per governare ma il quadro che ha davanti il presidente Mattarella è assai confuso e rischia, se non ci saranno accordi, di non dare al nostro Paese un Governo. Questa è la democrazia. Il voto è inconfutabile e va accettato, ma questo non ci esime dal continuare a credere e lavorare, come forza politica irrinunciabile in una sinistra di governo (il PD è in ogni caso il secondo partito a livello nazionale e le nuove forze formatesi alla sua sinistra non hanno certo ottenuto risultati lusinghieri, anzi…), per un’Italia aperta, plurale, europeista, solidale e democratica».

Sintetizzate al massimo le dichiarazioni del giorno dopo dei tre leader principali sono state più o meno queste: Salvini, «Ho vinto io/noi del centrodestra»; Di Maio, «Ha vinto il Movimento Cinque Stelle tocca a noi governare»; Renzi, «Abbiamo perso, hanno vinto loro, andiamo all'opposizione, mi dimetterò dopo che avranno formato il Governo». Se si trattasse di una partita di Poker, e di fatto allo stato attuale delle cose lo è, risulterebbe evidente che qualcuno dei tre stia bluffando (e se davvero nessuno bluffa, di certo a qualcuno andrebbero rispiegate con calma le regole del gioco).

Salvo l'ipotesi di un Governo tecnico puro e duro, l'unica chance per entrambe le forze "vincitrici" di formare un esecutivo è quella di contare sul Partito democratico, gli sconfitti che ritornano (alleanza M5S-Pd con Di Maio premier, alleanza Pd-Coalizione di centrodestra con magari il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani premier e FI che torna in auge, fantapolitica? Forse). Renzi sa bene tutto questo, lo sanno anche i suoi "oppositori" interni al Pd, e di qui al 23 marzo, quando una maggioranza parlamentare servirà trovarla per eleggere i Presidenti delle due Camere, il "riposizionamento" delle forze politiche sarà costante. Ecco perché ogni dichiarazione di queste ore da parte dei tre leader non va affatto presa nella sua "letteralità", ma cela alle spalle un metadiscorso politico che assomiglia molto a una silenziosa trattativa in atto, i cui esiti si potranno valutare soltanto a fine mese. Nel frattempo, il Presidente Mattarella potrebbe sempre sparigliare le carte in tavola... 

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