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L'allerta di Bigon: «Personale medico stremato». Un dubbio etico sull'attuale quadro normativo anti Covid

«Se non rendiamo attrattiva la sanità pubblica andrà sempre peggio», afferma la consigliera regionale in Veneto per il Partito democratico Anna Maria Bigon

«Con gli ospedali che tornano a riempirsi non sorprende, purtroppo, l’sos lanciato dai medici sotto stress da quasi due anni. Con la ragionevole certezza che, passata l’emergenza Covid, il quadro non migliorerà granché perché gli organici sono fortemente carenti». È quanto dichiara la vicepresidente della commissione Sanità in Consiglio regionale Anna Maria Bigon. Quest'ultima, inoltre, in una nota stampa invita la Regione Veneto a «prendere in mano subito la situazione per rendere più attrattiva la sanità pubblica, a partire dalle condizioni contrattuali», chiedendo infine di «applicare sul serio le schede, specialmente per quanto riguarda gli ospedali spoke».

La stessa consigliera regionale del Partito democratico Anna Maria Bigon infine sottolinea: «La battaglia contro il Covid si è combattuta quasi esclusivamente nelle strutture pubbliche, il contributo del privato è stato minimo. E dal pubblico si deve ripartire dopo anni di tagli, a cominciare dal personale, poco e mal pagato».   

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Anni di tagli alla Sanità che, andrebbe però anche ricordato, sono un problema in Italia non certo dall'inizio della pandemia e che altrettanto certamente riguardano anche le scelte operate dai governi nazionali avvicendatisi perlomeno negli ultimi due decenni. La consigliera dem Anna Maria Bigon ha sottolineato giustamente come il personale medico, ma bisognerebbe aggiungere più in generale il personale della Sanità pubblica, non volendo qui dimenticare infermieri ed operatori socio sanitari, sia oggi allo stremo delle forze dopo due anni di pandemia. Tale considerazione ne dovrebbe però richiamare un'altra che sinora invece è rimasta abbastanza sottotraccia: l'attuale quadro normativo per la gestione della pandemia da Covid-19 che tipo di "riguardo" ha nei confronti di questi medici, infermieri ed operatori socio sanitari? L'impressione è che molte cose stiano oramai venendo date per scontate, complice l'abitudine anche alla situazione emergenziale che si è venuta a creare nel corso degli ultimi due anni.

Green pass base o rafforzato e le Regioni colorate: per il vaccinato è sempre zona bianca. Le regole in breve

Preme qui sottolineare un aspetto dell'attuale quadro normativo, ovvero la sua scarsa eticità. È evidente che ci si trovi ormai in una situazione in cui si tenti il tutto per tutto al fine di salvare "capra e cavoli", dove la prima è rappresentata dall'economia del Paese affiancata dalla salute dei cittadini. La questione è che per farlo, a livello di governo nazionale, evidentemente non senza anche un avvallo delle Regioni, si è deciso da tempo di spostare i parametri determinanti affinché scattino delle restrizioni, dalla diffusione del contagio direttamente alla ricaduta in termini di ospedalizzazioni.

Questo passaggio, ovvero il cambiamento di quello che il ministro della Salute Roberto Speranza chiamò a suo tempo il "driver decisionale", cioè il criterio guida, comporta una serie di conseguenze piuttosto serie in ambito ospedaliero. Parlare direttamente coi medici oggi impegnati al fronte nei vari reparti Covid aiuterebbe a comprendere che fissare la soglia del 15% e del 10% per area medica ed area critica affinché scatti la zona gialla, cioè sostanzialmente pochissime restrizioni, è già chiedere un grosso sforzo al personale dei nostri ospedali. Per non dire delle soglie della zona arancione: avere le terapie intensive Covid al 21% e contemporaneamente l'area medica occupata al 31%, in ambito ospedaliero vuol già dire aver fatto una mezza rivoluzione organizzativa e star chiedendo sforzi notevoli al personale coinvolto. Tenuto conto che l'attuale quadro normativo consente placidamente a chi sia possessore di super green pass di vivere anche in zona arancione facendo le stesse cose che poteva fare in zona bianca, è evidente che oggi più che mai si stia chiedendo al personale sanitario dei nostri ospedali un ulteriore enorme sforzo, oltre ad un grande spirito di sacrificio e tolleranza. Il minimo che si dovrebbe fare sarebbe anzitutto riconoscerlo, e poi magari anche riconoscerlo in termini economici. 

Nessuno vuol essere catastrofista, è evidente che la presenza dei vaccini abbia fornito una buona ragione per attuare questo mutamento nella strategia del governo nazionale, tuttavia resta il problema. Ad oggi, la situazione in tutta Italia è in progressivo peggioramento ma i tassi di occupazione negli ospedali sono ancora contenuti, la media nazionale è dell'8% in terapia intensiva e del 10% in area medica. Quasi tutte le Regioni sono zona bianca, due sole in zona gialla ed è prevedibile che si arrivi a scavallare l'anno con il territorio nazionale ancora in zona bianca salvo quattro o cinque Regioni gialle e forse un paio in arancione. Ma chiediamoci, che succederebbe se l'Italia diventasse in larga parte zona arancione? Vorrebbe dire tassi di occupazione negli ospedali oltre il 20% in area critica e superiori al 30% in area medica con un considerevole livello di stress nell'attività delle strutture della sanità Pubblica, ma contestualmente oltre l'80% degli italiani dai 12 anni di età in su che ha completato il proprio ciclo vaccinale potrebbe continuare a vivere come se niente fosse, consumando e spendendo. Forse parlare di etica oggi è fin troppo démodé, certo però se l'obiettivo è rendere «attrattiva la sanità pubblica», allora qualche riflessione sarebbe bene anche il governo nazionale iniziasse a farla, a cominciare proprio dalle strategie di gestione della pandemia da Covid-19.

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