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Tampone (Foto generica di repertorio)

Tampone (Foto generica di repertorio)

Coronavirus e tamponi rapidi, PD: «La Regione Veneto fa confusione»

I consiglieri regionali dem chiedono di leggere meglio la circolare ministeriale che introduce novità sui test Covid: «I test antigenici rapidi, preferibilmente di terza generazione, da utilizzare solo dove è impossibile fare altrimenti»

«Basta fare show in conferenza stampa e divulgare inesattezze, a Zaia chiediamo rispetto per chi opera nel sistema sanitario e per i cittadini». È quanto affermato dai consiglieri regionali del Partito Democratico del Veneto, i quali contestano alcune scelte fatte dalla Regione sul tema dei tamponi rapidi per individuare i cittadini positivi al coronavirus. La veronese Anna Maria Bigon, insieme ai colleghi Giacomo Possamai, Vanessa Camani, Jonatan Montanariello, Andrea Zanoni e Francesca Zottis chiedono a chi amministra il Veneto di «interpretare correttamente la circolare del Ministero della salute», in cui vengono introdotte novità sui test Covid. Quella stessa circolare che è stata accolta favorevolmente dal dottor Roberto Rigoli, coordinatore delle microbiologie della Regione Veneto, il quale ci ha letto un'apertura da parte del Ministero all'utilizzo dei tamponi rapidi di terza generazione come alternativa ai test molecolari. Un novità che è stata poi ribadita lunedì scorso, 11 gennaio, durante l'appuntamento quotidiano di aggiornamento sull'emergenza Covid tenuto dal presidente regionale Luca Zaia.

Per gli esponenti del PD veneto, nella circolare «è messo nero su bianco che in contesti sanitari vanno utilizzati i tamponi molecolari, ricorrendo ai test antigenici rapidi, preferibilmente di terza generazione, solo dove è impossibile fare altrimenti. Questi tamponi, comunque hanno una precisione simile, che in italiano corrente non significa identica, ai molecolari. I documenti vanno letti nel giusto modo, non per portare acqua al mulino della propaganda: la circolare ribadisce che non si può utilizzare il test antigenico rapido di prima e di seconda generazione come metodo base per la biosorveglianza del personale sanitario, effettuando poi il molecolare solo in caso di positività. Anche perché il vero pericolo sono i falsi negativi e, con un margine di errore fino al 30% il rischio di far scoppiare nuovi focolai è elevatissimo, con conseguenze drammatiche soprattutto in ambienti con soggetti fragili. A quanto ci risulta, inoltre, i nuovi test sono utilizzati soltanto da un mese e neanche in tutte le Ulss venete, nella Scaligera per esempio ci sono ancora quelli di prima generazione. Vogliamo perciò che venga fatta finalmente chiarezza sui dati, sul reale impiego dei tamponi rapidi nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie».

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