Presso Studio la Città la mostra collettiva "In the depth of identity"

Darne una definizione è molto difficile, ma quante volte siamo portati a riflettere sul concetto di “identità”? Quante le circostanze in cui la questione identitaria si impone come protagonista di un dibattito tanto acceso quanto delicato? “Identità” è certamente uno dei termini più usati nell’ambito della psicologia, della sociologia, della medicina e dell’antropologia, ma anche in campo politico, giornalistico e televisivo. La troviamo protagonista all’interno del mondo della pubblicità e della carta stampata, in quello della moda e dell’universo digitale.

Ci riempiano la bocca di questa parola quando parliamo di Europa, quando dibattiamo sulle differenze di genere e ogni volta che tentiamo di rivendicare una posizione che si contrappone ad un’altra. Sembra ormai appurato il fatto che l’identità, oltre alle sue componenti biologiche e mentali, è un prodotto sociale e culturale e che un rinnovato interesse nei suoi confronti si risveglia durante periodi storici di crisi. L’impoverimento culturale odierno, operato da una sempre più invadente presenza della galassia Internet, può essere considerato come un momento denso di criticità.

La società più recente, esercita un ruolo particolarmente forte in questo senso; oggi i soggetti sono molto spesso portati a ritenere l’identità come un “luogo di raccolta”, come un tetto sicuro sotto cui potersi riparare. Il potere della società contemporanea, attraverso i suoi attori commerciali, economici, politici, assieme al playground della retorica pubblicitaria e massmediatica, si configura come in grado di generare identità e un numero sempre crescente di “sé” o di “noi”. Se una persona riesce poi ad aderire a esse in maniera corretta, allora, molto probabilmente, sarà in grado di ottenere il pass per accedere alla propria esistenza.

Inoltre, la possibilità offerta dai social media di dare vita a un’identità diversa da quella che effettivamente ci appartiene (pensiamo ai profili su piattaforme come Facebook e Instagram, solo per citare i due più diffusi) va di pari passo con le caratteristiche di inconsistenza e di vulnerabilità di questa dinamica, così come con la curiosa opportunità di poterne generare all’infinito sempre di nuove e differenti. La mostra In the depth of identity, proponendo la ricerca di 4 artisti che a vario titolo esprimono un interesse nei confronti di questo tema, evidenzia questo bisogno inesauribile di confrontarsi con il topos dell’identità, sottolineandone le qualità di mutevolezza, inconsistenza e precarietà.

Christian Fogarolli è un artista italiano nato nel 1983. Ha conseguito nel 2010 un Master in Studio, diagnostica e restauro di dipinti antichi moderni e contemporanei presso l’Università di Verona ed ha ottenuto una laurea specialistica in Conservazione dei beni culturali presso l’Università di Trento. La sua ricerca è caratterizzata dal rapporto dell’arte con teorie e discipline scientifiche e di come quest’ultime si siano inconsciamente servite del mezzo creativo per progredire. Il processo di lavoro si serve spesso della ricerca storico archivistica e utilizza diversi mezzi espressivi, come installazioni ambientali, fotografia, scultura, video, andando ad analizzare dinamiche sulla percezione dell’immagine e dell’oggetto in rapporto alla soggettività. I lavori sondano spesso i legami tra normalità e devianza, i rapporti tra specie diverse e di come queste siano categorizzate in un patrimonio pubblico e privato, che l’artista stesso, con il suo operato, tenta di ritrovare, analizzare o valorizzare. Ha mostrato le sue ricerche in manifestazioni come dOCUMENTA(13) con la presentazione esclusiva del progetto di ricerca Lost identities (2012); il Museo Mart di Rovereto (2013); 54° Biennale di Venezia (2011); Artissima, Lingotto Torino (2013/15); Galleria Civica, Trento (2014); La Maison Rouge di Parigi (2014); Artbrussels (2015/16); de Appel arts centre of Amsterdam (2015); 5th Moscow International Biennale (2016); Futura of Prague (2017). Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private tra le quali l’AGI Collection veronese, la collezione Antoine de Galbert, Rotary Club International, il fondo d’archivio di dOCUMENTA in Kassel, Hollander - Barzilaï Collection in Bruxelles, Collezione Intesa San Paolo, Fondazione Benetton.

Bepi Ghiotti (1965, Torino, Italia), ispirato dalla presenza di un “Punctum”, dall’identità e dalla luce, ha iniziato sperimentando con la fotografia e la pittura. Oggi esplora la realtà concependola come un dialogo continuativo di azione e reazione tra l’uomo e lo spazio usando una grande varietà di media – inclusa la fotografia, il video, il suono, la pittura e l’installazione. La sua pratica prevede estesi progetti di ricerca che stabiliscono una connessione tra i luoghi e le narrative. Centrale nella sua opera è il passaggio del tempo reso palpabile contrapponendo spazio-memoria e processo-identità con un approccio intellettuale. Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali e collettive presso prestigiose istituzioni quali: Art Basel, Isabella Bortolozzi Galerie (2016); Centro d’Arte Contemporanea Castello di Rivara (2010-2016); Eden Eden, Berlin (2016); MAM Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2015); Triennale di Milano (2014); Biennale Italia-Cina (2015-2016); Nottingham Contemporary (2014).

Francisco Muñoz Perez ha studiato Plastic and Visual Arts presso la National School of Painting, Sculpture and Print “La Esmeralda”, México D.F., 2006 - 2009, e presso L’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts “ENSBA”, Lyon France 2009 - 2010. Tra le sue mostre personali sono da annoverare: Complex Antiform (Oficina de Arte, México D.F., 2014), Coatlicue U.F.O. Regresa a Casa (Casa del Artista, Tlaxcala, México, 2013), Atentado Internacional (Centro Cultural Atarazanas, Veracruz, México, 2010). Oltre a queste, ha partecipato ad importanti collettive quali: Bienal de las miradas, Tijuana 2016, Capital flight (Chalton Gallery, London 2016), Le rhinocéros est mort (Rotolux, Paris 2016), El viento y la piedra (Celda contemporánea, México 2016), Salad Days (Galería Casa Lamm, México D.F. 2015), Argos Panoptes (Parque Fundidora Monterrey N.L. 2015), Salón Acme No. 3 2015, Límites (Galería Fifties México D.F. 2015), Artificios de disuasión (Galería de la Escuela Nacional de Pintura, Escultura y Grabado “La Esmeralda” México D.F. 2015), La Búsqueda del Enemigo Interno (Oficina de Arte, México D.F. 2015), XVI Bienal Nacional de Pintura Rufino Tamayo (Museo Internacional de Arte Contemporáneo Rufino Tamayo, México D.F. 2014), UnderDogs (Galería Diagrama, México D.F 2014), VI Bienal Nacional de Artes Visuales de Yucatán, 2014, Jet Lag / Exchange projects (Galería de la Esmeralda, México D.F.). Vive e lavora a Città del Messico.

Tamara Janes é nata a St. Gallen nel 1980, vive e lavora a Berna dal 2002. Al momento la mia intenzione come artista e fotografa è di fare un commento su questa folle produzione, sul nostro comportamento fotografico e sulla percezione delle immagini. Per farlo, imito un algoritmo che genera errori digitali. Per momenti difettosi fondiamo la mente umana per mantenere viva la pessima immagine. Generalmente mi piace incontrare situazioni surreali di tutti i giorni e essere pizzicato da illusioni e sogni. Mi piace lo stato tra sonno e sveglio, quando la fotografia lascia il muro e si trasforma in scultura, come falsi e simulazioni influenzano la mia percezione, la condizione in cui l’ironia accade e sto sempre alla ricerca del strano. E amo ancora la fotografia. (Tamara Janes)

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