Produzione industriale ed export, a Verona il 2018 è terminato in crescita

Positivi i dati salienti dell'indagine di Confindustria Verona sul quarto e ultimo trimestre dell'anno scorso, ma all'inizio del 2019 il clima di fiducia si è indebolito

Foto di repertorio

Il 2018 veronese si è chiuso con un picco della produzione industriale che segna un incremento del +2,34%. Stabile (84%) il numero delle aziende che dichiarano un utilizzo della capacità produttiva normale e soddisfacente. Migliora l'occupazione, in crescita del +1,83% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Corre l’export che cresce di oltre il 3% sia per i mercati UE (+3,72%) sia extra UE (+3,25%). Buone anche le performance del mercato interno che si ferma a +2,44%. Questi i dati salienti dell'indagine di Confindustria Verona sul quarto e ultimo trimestre dell'anno scorso.

Quello veronese è dunque un contesto altamente positivo, in cui però si registra una leggera flessione della consistenza del portafoglio ordini e un calo del clima di fiducia. Preoccupa soprattutto l'andamento dell’economia locale e nazionale, e rispetto alla rilevazione precedente anche per il mercato internazionale a causa della forte incertezza che lo caratterizza, alimentata da vari fattori: trend protezionistico, tensioni Usa-Cina e in altre aree (Iran, Venezuela), incognite sulla Brexit.
Resta alto il numero di aziende che prevede di aumentare gli investimenti rispetto all’anno precedente o di investire lo stesso capitale, solo nel 16% dei casi non sono previsti investimenti.

Nell'ultimo trimestre a Verona abbiamo registrato un picco della produzione industriale che ha superato le aspettative - ha commentato il presidente di Confindustria Verona Michele Bauli - Se da un lato questo risultato ci fa piacere, dall'altro non possiamo non mettere in evidenza come l'indebolimento del clima di fiducia faccia intuire come gli imprenditori siano preoccupati del contesto nazionale e internazionale. La produzione industriale italiana invece in avvio di 2019 ha continuato a evidenziare forti segnali di debolezza. Al rimbalzo "tecnico" di gennaio con la produzione a +0,8% è seguito un nuovo arretramento in febbraio (-0,5%), causato soprattutto da una domanda interna in forte indebolimento, specie nella componente "investimenti". In un contesto in flessione, con la Cina in rallentamento e l'eurozona debole servirebbe dare uno slancio agli investimenti e far ripartire i cantieri. Stime di Ance aggiornate a inizio 2019 indicano che in Italia ci sono cantieri bloccati per un valore complessivo di 27 miliardi di euro, senza contare la Tav Torino-Lione. Questo valore si riferisce a investimenti in opere pubbliche la cui realizzazione è ferma per ragioni burocratiche. Nel debole contesto economico italiano, riaprire tali cantieri potrebbe avere un forte impatto espansivo sulle costruzioni e su diversi altri settori perché le costruzioni si trovano al centro di una filiera molto lunga. Secondo il nostro Centro Studi ciò potrebbe alzare il Pil italiano di oltre l'1% in tre anni rispetto allo scenario previsivo di base, con un aumento molto limitato del deficit. Senza citare le ricadute sull’occupazione. Aspettiamo i nuovi provvedimenti del Governo. Purtroppo il costante clima da campagna elettorale a cui ci sta abituando questa politica non permette di avere un orizzonte temporale abbastanza ampio per poter immaginare misure di crescita e sviluppo del paese. Tutto è pensato per l'oggi e questo non fa altro che aumentare le voci di spesa improduttiva che accontentano immediatamente l'elettorato ma impoveriscono il paese.

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