rotate-mobile
Venerdì, 27 Maggio 2022
Economia Zai / Viale del Lavoro

Annacquato, in polvere o senza alcol. Coldiretti: «Non chiamatelo vino»

Al Vinitaly, un mostra di pratiche enologiche consentite in varie parti del mondo ma che per il presidente di Coldiretti Prandini mettono «in discussione storia, cultura e valori fortemente radicati nel cibo e nei vini Made in Italy»

Dal vino dealcolato a quello zuccherato, dal vino in polvere a quello alla frutta ma anche il finto rosato o il vino annacquato. Sono solo alcune delle ultime clamorose pratiche enologiche che si stanno diffondendo nel mondo. Pratiche che sono state raccolte nella mostra "Non chiamatelo vino" organizzata oggi, 11 aprile, nello stand di Coldiretti al Vinitaly.

Un esempio di queste pratiche è la scelta della Ue di autorizzare l'eliminazione totale o parziale dell'alcol anche nei vini a denominazione di origine. In questo modo viene permesso ancora di chiamare vino un prodotto in cui sono state del tutto compromesse le caratteristiche di naturalità per effetto di trattamento invasivo che interviene nel secolare processo di trasformazione dell’uva in mosto e quindi in vino. «Si tratta di un precedente pericoloso che apre la strada all'introduzione di derive che mettono fortemente a rischio l'identità del vino italiano - ha affermato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini - È in atto una demonizzazione indiscriminata che punta ad affermare un nuovo modello alimentare e culturale che danneggia il settore e mette in discussione storia, cultura e valori fortemente radicati nel cibo e nei vini Made in Italy, la dieta mediterranea stessa, patrimonio Unesco e il consumo moderato e responsabile che contraddistingue il vino in Italia».

Ma tra le pratiche discutibili c’è anche lo zuccheraggio del vino, che è ad esempio permesso nell'Unione Europea ma non in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta e in alcune aree della Francia che rappresentano però circa l’80% della produzione comunitaria. Negli Stati Uniti, è addirittura consentita l’aggiunta di acqua al mosto per diminuire la percentuale di zuccheri secondo una pratica considerata una vera e propria adulterazione in Italia. E ancora, miscele di vini da tavola bianchi e rossi per produrre un "finto rosè" sono vietate in Europa ma sono possibili in Nuova Zelanda e in Australia. L'Unione Europea però ha dato il via libera anche al vino senza uva con l’autorizzazione alla produzione e commercializzazioni di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva come lamponi e ribes molto diffusi nei Paesi dell’Est. Infine, l'ultima frontiera dell'inganno è la commercializzazione molto diffusa di kit fai da te che promettono il miracolo di ottenere in casa il meglio della produzione enologica Made in Italy, dai vini ai formaggi. Si tratta di confezioni di polveri che promettono in pochi giorni di ottenere le etichette più prestigiose come Chianti, Valpolicella, Frascati, Primitivo, Gewurztraminer, Barolo, Lambrusco o Montepulciano.

Il problema non è legato solo all’utilizzo delle pregiate denominazioni del Belpaese, ma a pesare sono anche i rischi legati alle richieste di riconoscimento di denominazioni che evocano le eccellenze Made in Italy, come nel caso del Prosek croato, un vino dolce da dessert tradizionalmente proveniente dalla zona meridionale della Dalmazia. Per il Prosek è stata presentata domanda di registrazione tra le menzioni tradizionali, ma l'Italia ha fatto ricorso in virtù del fatto che potrebbe danneggiare il Prosecco.
Quello dei falsi resta comunque un mercato molto florido dove i rischi riguardano l’utilizzo delle stesse o simili denominazioni o simili per indicare prodotti molto diversi. Dal Bordolino argentino nella versione bianco e rosso con tanto di bandiera tricolore al Kressecco tedesco, ma ci sono anche il Barbera bianco prodotto in Romania e il Chianti fatto in California, il Marsala sudamericano e quello statunitense tra le contraffazioni e imitazioni dei nostri vini e liquori più prestigiosi che complessivamente provocano perdite stimabili in oltre un miliardo di euro sui mercati mondiali alle produzioni Made in Italy.

«Occorre uno stop alla contraffazione internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini e denominazioni che si richiamano all'Italia per vini taroccati che non hanno nulla a che fare con il sistema produttivo nazionale - ha concluso Prandini - A far esplodere il falso è stata paradossalmente la voglia di Italia all'estero con la proliferazione di imitazioni low cost».

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Annacquato, in polvere o senza alcol. Coldiretti: «Non chiamatelo vino»

VeronaSera è in caricamento