Lavoro in Veneto: mille posti in più ma saldo ancora negativo rispetto al 2019

La pandemia ha portato ad una riduzione importante delle posizioni lavorative nei primi 9 mesi dell'anno, che si concentra però nella prima metà del 2020: positivo e migliore di quello dell'anno passato, il saldo del terzo trimestre

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La Bussola sul mercato del lavoro veneto, il tradizionale approfondimento statistico dell'Osservatorio di Veneto Lavoro sulle dinamiche dell'occupazione in regione, diventa a cadenza mensile. 
Il numero di ottobre consente di analizzare i dati di chiusura del terzo trimestre 2020, che confermano gli effetti negativi del prolungato lockdown imposto a seguito dell'emergenza Covid-19, ma anche il recupero occupazionale verificatosi a partire da giugno.

Nei primi nove mesi dell'anno l'effetto della pandemia ha comportato una riduzione pari a -44.500 posizioni di lavoro rispetto all'analogo periodo del 2019, con un calo concentrato nella prima metà del 2020 e solo in parte compensato dai risultati del terzo trimestre, che si è chiuso con un saldo positivo netto di 1.000 unità e un bilancio nettamente migliore rispetto a quello del 2019, quando si era registrato un saldo trimestrale pari a -16.500 posizioni lavorative.

Il risultato è frutto prevalentemente del forte calo delle assunzioni avvenuto nel corso dell'anno (-47% nella fase più acuta dell'emergenza) soprattutto in relazione ai contratti a tempo determinato solitamente attivati nei settori legati al turismo e che ha determinato negli ultimi mesi, insieme al divieto di licenziamento, una contestuale riduzione delle cessazioni.

Il turismo è infatti il settore più colpito, nel quale si concentra il 37% della perdita occupazionale complessiva registrata nel 2020 rispetto ai primi nove mesi del 2019 (-16.300 posizioni lavorative nel confronto tra i due periodi). A seguire il metalmeccanico (-5.000), la logistica (-4.000) e il commercio (-2.000). Solo due settori, editoria-cultura e servizi finanziari, hanno mostrato un saldo occupazionale migliore rispetto al 2019, seppure su valori assoluti marginali. Guardando al calo della domanda di lavoro, ovvero del numero di assunzioni, che più fedelmente descrive gli effetti della pandemia, proprio l’editoria-cultura registra uno dei dati più negativi (-64%), superato solo dall’occhialeria (-70%) e seguito da turismo (-40%), settore moda (-35%) e metalmeccanico (-31%). Su questo versante, risultati positivi si osservano invece nell’industria farmaceutica, stabili agricoltura e sanità.

A livello territoriale, il costo più alto è pagato dalle province dove le attività stagionali hanno un’incidenza maggiore: Venezia perde oltre 14.000 posti di lavoro rispetto al 2019, Verona 12.000. Segno meno anche a Padova (-6.000), Treviso (-5.800), Vicenza (-3.900), Belluno (-2.000) e in misura più limitata a Rovigo (-300). Per tutte le province, fatta eccezione per Treviso, il terzo trimestre vede un'inversione nei saldi tendenziali, che diventano tutti positivi, con una generalizzata ripresa delle assunzioni.

Riguardo all'andamento della disoccupazione, limitandosi agli ingressi in stato di disoccupazione amministrativa registrati dai centri per l'impiego della regione, il flusso delle dichiarazioni di immediata disponibilità (DID) nei primi nove mesi dell'anno è diminuito dell’11%, quale esito di diverse cause: il lockdown, l’effetto scoraggiamento sempre rilevabile nei periodi di crisi economica e le misure di salvaguardia dei posti di lavoro, blocco dei licenziamenti per motivo oggettivo ed estensione della cassa integrazione a buona parte della platea dei lavoratori dipendenti su tutte, che hanno contribuito a limitare le cessazioni di rapporti di lavoro.

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