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Venerdì, 27 Maggio 2022
Economia Zai / Viale del Lavoro

Tra agricoltura e turismo, ripercussioni economiche della guerra tra Russia e Ucraina

Le sanzioni europee e le ripercussioni di Mosca incideranno sul commercio dei prodotti, complicando le esportazioni ed aumentando il prezzo delle materie prime. Ma oltre alle imprese agricole tremano anche gli hotel, già colpiti dell'emergenza Covid

Le sanzioni, le ritorsioni, i rincari, le esportazioni ed il turismo. La guerra tra Russia e Ucraina non si combatte fisicamente sul nostro territorio ma ci coinvolge su molti aspetti, tra cui quello economico. Per punire l'invasione ordinata da Vladimir Putin, Europa e Stati Uniti sono pronti ad applicare sanzioni che potrebbero avere un impatto duro sul settore finanziario russo. E dall'altra parte, Mosca potrebbe varare, come contromossa, delle ritorsioni sempre a livello economico-commerciale. Tutto questo sta già incidendo sul costo delle materie prime, a partire da quelle energetiche, che sta salendo alle stelle. E a livello locale ci sono già le prime stime sulle ripercussioni che il conflitto avrà sulla perdita del mercato russo per alcuni prodotti veneti e veronesi che si esportano anche verso Est e sul venir meno della quota di turisti russi ed ucraini nel Veronese.


(Giuseppe Riello)

La Camera di Commercio di Verona ha evidenziato la presenza di 893 imprese veronesi complessivamente coinvolte nell'interscambio commerciale con la Russia. Un interscambio che, nei primi nove mesi del 2021, è stato di 324,5 milioni. Sono 832 le imprese che hanno esportato prodotti e servizi per 171,3 milioni di euro e 61 ne hanno importati per 153,2 euro. Mentre sono 403 le imprese scaligere che hanno esportato in Ucraina per 45,6 milioni di euro nei primi mesi del 2021 e 53 imprese che hanno importato prodotti, principalmente siderurgici, per 389,1 milioni di euro.
«La situazione per le nostre imprese è pesante, ma prima di tutto - ha affermato il presidente della Camera di Commercio di Verona Giuseppe Riello - vorrei ricordare che il danno economico che patiremo non è nulla di fronte alle sofferenze inferte alla popolazione ucraina dall’aggressione russa. Che si sia arrivati ad una tale escalation di violenza è umanamente inconcepibile. Quanto alla situazione economica il cambio della moneta locale negli ultimi due anni è salito dai 70 ai 94 rubli per 1 euro. Se l’euro si apprezzasse ulteriormente, i nostri prodotti diverrebbero sempre meno competitivi e il rischio che i clienti scelgano di acquistare prodotti cinesi a prezzi più convenienti diverrebbe concreto. Si sta riproponendo la medesima situazione che subimmo nel 2013-2014 quando la moneta salì dai 40 ai 70 rubli per euro. Allora poi si entrò in una profonda crisi. Siamo in forte difficoltà anche per i costi di trasporto che sono raddoppiati nell’ultimo anno. Rimane poi l’incognita delle sanzioni sulle importazioni. La Russia non ha filiere produttive sviluppate e dipende dalle produzioni straniere, quindi le nostre esportazioni subirebbero pesanti ridimensionamenti. Il Veneto ha esportato in Russia 977,5 miliardi di merci nei primi nove mesi del 2021 di cui 505,1 milioni consistono in prodotti tecnologici come i macchinari, gli apparecchi elettrici, macchine ad impiego speciale e componentistica in metallo. Se le sanzioni cadessero su questa tipologia di prodotti sarebbe a rischio metà dell’export regionale in Russia. A livello veronese, la situazione è simile, Verona esporta 68,3 milioni di euro di macchinari e prodotti in metallo, il 40% del totale delle esportazioni in Russia».
Quanto alle ricadute sul turismo, secondo i dati della Camera di Commercio, nel 2019 le presenze russe in tutta la provincia di Verona sono state 235.000 (11esimo mercato). Di queste, 139.000 nel solo Comune di Verona (terzo mercato dopo Germania e Regno Unito). Sul lago erano invece 69.000 (14esimo mercato) e le altre 27.000 nel resto della provincia (ottavo mercato). Si tratta di turismo alto-spendente, più o meno suddiviso a metà tra strutture alberghiere ed extralberghiere. Nel 2020 sono state 40.000 le presenze in tutta la provincia.

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(Alex Vantini alla manifestazione di Coldiretti)

Sono soprattutto le esportazioni agroalimentari veronesi verso Russia e Ucraina a preoccupare allevatore e agricoltori di Coldiretti, i quali in più di 800 da tutto il Veneto (di cui un quarto dal Veronesi) oggi, 25 febbraio, hanno manifestato a Mestre contro una guerra che affossa economia e lavoro. Giovani, donne, allevatori e pescatori insieme ai rappresentanti delle istituzioni si sono alternati sul palco per sostenere un’azione condivisa a tutela del patrimonio agroalimentare e degli anelli deboli della filiera: produttori e consumatori. Al loro fianco è sceso Luca Zaia, presidente della Regione, insieme al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il suo assessore Renato Boraso ed ancora gli assessori regionali all'agricoltura Federico Caner ed al territorio Cristiano Corazzari, il presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti, i vice Francesca Zottis e Nicola Finco ed i consiglieri regionali Marco Dolfin, Silvia Cestaro, Laura Cestari, Roberto Bet, Gianpietro Possamai, Enoch Soranzo, Puppato Giovanni e Gabriele Michieletto. E c'erano anche numerosi primi cittadini del Veneziano con tanto di fascia tricolore.
«Oggi tanti agricoltori veneti sono intervenuti per denunciare un problema importante e trasversale che riguarda tutte le filiere: l’aumento dei costi di produzione ormai insostenibili per le nostre imprese ma senza un conseguente aumento dei prezzi dei nostri prodotti. Chiediamo che venga applicata la legge contro le pratiche sleali che permetta di dare una soglia del prezzo da pagare per coprire i costi di produzione. È inoltre necessario dare un aiuto alle filiere più in difficoltà attraverso i fondi del Pnrr perché ne va della sopravvivenza delle aziende agricole anche scaligere», ha precisato Alex Vantini, presidente di Coldiretti Verona.
Se le vendite in Russia hanno raggiunto lo scorso anno a livello nazionale 670 milioni di euro con un aumento del 14% rispetto al 2020, dovuto soprattutto a pasta, vino e spumante, quelle in Ucraina valgono altri 350 milioni di euro, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Gli effetti del conflitto ucraino rischiano dunque di cancellare completamente il Made in Italy a tavola dai mercati di Mosca e Kiev, aggravando ulteriormente gli effetti dell’embargo deciso da Putin nel 2014, e da allora sempre prorogato, come risposta alla sanzioni decise dall’Unione Europea, dagli Usa ed altri Paesi per l’annessione della Crimea. Un blocco che è già costato alle esportazioni agroalimentari tricolori 1,5 miliardi negli ultimi 7 anni e mezzo.
«Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce e portare le nostre richieste sul tavolo del Governo per dare risposte ai nostri agricoltori. Solo così potremmo aiutare e sostenere il settore. Infatti, dopo 20 anni di lotta nella ripartizione dei fondi Feasr, che in passato ha sempre penalizzato le Regioni del Nord a favore di quelle del Sud, basandosi sulla spesa storica, siamo riusciti ad inserire dei criteri oggettivi che tengono realmente conto di quanta agricoltura c'è in una regione. Al Veneto, che rappresenta uno dei territori con il maggior numero di imprese agricole, verrà assegnata una quota importante rispetto al passato. Tradotto significa, più risorse per i bandi, per le aziende del settore e per i giovani che vorranno avviarne una - ha dichiarato durante la manifestazione l'assessore regionale all'agricoltura del Veneto Federico Caner - Al ministro Stefano Patuanelli abbiamo già chiesto di intervenire subito sui problemi urgenti: il caro energia e la pratica sleale che riguarda il costo di produzione del latte superiore oggi al prezzo di vendita. C'è poi la questione aviaria su cui pesano non solo i costi diretti per la remunerazione dei capi morti, ma anche di quelli indiretti. Il ministro ha assicurato che 30 milioni verranno destinati alla filiera avicola, dando ristoro a tutti gli imprenditori agricoli che sono stati colpiti. Questi fondi si aggiungeranno a quelli del fondo di solidarietà».

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(Zaia durante la manifestazione di Coldiretti)

Altro tassello economico del mosaico sulla guerra in Ucraina è l'aumento dei costi. Sempre Coldiretti ha analizzato che solo il prezzo dei concimi è aumentato del 170% (da 250 euro/tonnellata a 670 euro/tonnellate). Un aumento che mette di fatto a rischio la produzione europea di grano e di altri raccolti, i quali potrebbero avere una minore produttività.
Ma aumentano anche gas e petrolio e presto potrebbero costare di più anche grano e mais, andando così a colpire non solo gli agricoltori ma anche gli allevatori. «Ancora una volta l'agricoltura rischia di pagare un conto salatissimo a causa delle tensioni internazionali - ha dichiarato Andrea Lavagnoli, presidente di Cia-Agricoltori Italiani Verona - Bisogna agire con tutta la risolutezza necessaria e che si stabilisca un punto fermo: ogni scelta di politica internazionale che si traduca direttamente o indirettamente in danni per l’agricoltura italiana, deve comportare rimborsi agli agricoltori per la loro intera entità, anche in previsione dei condizionamenti futuri che portano stabili perdite alla nostra agricoltura».

Infine, il turismo. Solo la Russia ha contato oltre un milione di presenze nel 2019 in Veneto mentre il mercato dell’Est Europa in particolare vale circa 6 milioni di presenze. “La politica - ha dichiarato Massimiliano Schiavon presidente di Federalberghi Veneto - ha il dovere di metterci nelle condizioni di lavorare. E per farlo o deve essere in grado di programmare o deve metterci nelle condizioni di essere competitivi sul mercato. Oggi abbiamo tre problemi: il primo, contingente, la guerra in Ucraina che peserà sia in termini di flussi turistici da un’area per noi particolarmente importante, sia in termini di caro energetico, visto che il nostro Paese dipende quasi totalmente dall’oil-gas importato quasi esclusivamente da quelle zone. Guerra, caro energetico e problematiche amministrative sui vaccini non Ema potrebbero essere la tempesta perfetta per il Veneto. Se aggiungiamo inoltre le restrizioni anti-Covid che molti altri Paesi hanno già allentato andiamo di fronte ad una evoluzione della crisi del settore che metterà in ginocchio molto imprenditori».
Su quanto il mercato russo e quello ucraino incidano sul turismo in Veneto, la Fondazione Think Tank Nord Est è entrata nel dettaglio con delle stime. Nel 2019, in Veneto, a conclusione di un triennio di forte ascesa, le presenze turistiche provenienti dalla Russia avevano nuovamente superato la quota di un milione, come in precedenza successo solo nel 2013. Nel 2000, i pernottamenti di turisti russi erano solo 135mila. Anche i turisti ucraini hanno mostrato una significativa crescita dal 2016 al 2019, culminata con il nuovo record di presenze turistiche, oltre quota 300mila. All’inizio degli anni 2000, gli ospiti provenienti dall’Ucraina erano solamente poco più di 22mila. In totale, i pernottamenti dei turisti russi e ucraini rappresentavano il 2,7% del totale degli stranieri. Ma il mercato russo è importante per il turismo del Veneto anche perché esprime una capacità di spesa tra le più elevate in assoluto, che nel triennio 2017-2019 si aggirava sui 170 euro circa per notte. Infatti, secondo le stime della Fondazione Think Tank Nord Est, nel 2019 i turisti russi avevano speso quasi 172 milioni di euro in Veneto, cui si aggiungono i 20 milioni circa spesi dagli ospiti ucraini, per un computo totale non lontano dai 200 milioni. «Il turismo è un settore basato sull’apertura internazionale - ha commentato Antonio Ferrarelli, presidente della Fondazione Think Tank Nord Est - ed infatti ha sofferto molto a causa delle restrizioni agli spostamenti determinati dalla pandemia. Ora, il conflitto in corso tra Russia e Ucraina mette a rischio gli arrivi dei turisti da un mercato importante, che aveva conosciuto una crescita sostenuta fino al 2019. Si tratta quindi di una nuova minaccia per le imprese turistiche del Veneto, sia per la possibile riduzione del movimento turistico, sia per le eventuali ripercussioni ad esempio sul costo dell’energia. Ci auguriamo quindi una pronta soluzione, in primis per la sicurezza delle popolazioni coinvolte, ma anche per poter guardare con maggiore fiducia al futuro».

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