Veneto, cassa integrazione in deroga: «Si stima un fabbisogno di 200 milioni al mese»

La giunta regionale ha ratificato l'accordo-quadro che consente di dare copertura a chi ha dovuto sospendere l'attività per la pandemia di Coronavirus. Casartigiani intanto chiede una "rivoluzione fiscale" per ripartire

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La Giunta regionale del Veneto ha ratificato il secondo accordo-quadro sulla cassa integrazione in deroga che consente (in attuazione dei decreti legge 9 e 18) di dare copertura per un totale di 13 settimane alle aziende e ai lavoratori che in Veneto hanno dovuto sospendere le attività a seguito della pandemia di Covid-19.

La Regione Veneto sta già approntando le procedure telematiche per raccogliere la richiesta di accesso alla Cigs in deroga da parte dei datori di lavoro interessati.

«Vogliamo dare tempestivamente le prime risposte ai lavoratori dipendenti delle imprese che, in Veneto, altrimenti non sarebbero coperte dagli ammortizzatori ordinari – dichiara l’assessore regionale al lavoro, Elena Donazzan -. I due accordi siglati all’unanimità con le parti sociali sono i più estesi possibile nei limiti della previsione del governo, che – sia chiaro - per noi resta ancora insufficiente su due punti: la certezza della copertura totale delle richieste; e, la copertura per larga parte dei lavoratori autonomi, ovvero tutti quelli che per legge sono iscritti a fondi previdenziali di categoria, ai quali il ricorso agli ammortizzatori sociali allo stato attuale delle misure governative non è garantito in modo sufficiente».

Il Veneto può contare, al momento, solo su una disponibilità complessiva di 40 milioni di euro, stanziati con il decreto legge n. 9 del 2 marzo scorso. «Siamo ancora in attesa del decreto di riparto annunciato dal ministero, a valere sul Dl del 17 marzo n. 18 che ha esteso le prescrizioni della ‘zona arancione’ a tutta l’Italia – dichiara l’assessore Donazzan -. Una prima stima, incrociando i dati Inps, Veneto Lavoro e Camere di Commercio, quantifica in Veneto in circa 200 mila il numero dei lavoratori scoperti dagli ammortizzatori sociali ordinari e che avrebbero quindi diritto alla cassa integrazione in deroga. Il fabbisogno regionale stimato è dunque di circa 200 milioni di euro al mese. È evidente che il Veneto chiede, e credo si meriti, uno stanziamento adeguato per assicurare idonee coperture a tutti i lavoratori che rimarrebbero esclusi dagli ammortizzatori ordinari».

«Ho chiesto al presidente Zaia di intervenire, e so che lo ha già fatto coinvolgendo i governatori delle Regioni Lombardia ed Emilia Romagna – prosegue Donazzan - per sottolineare che le tre Regioni della cosiddetta ‘zona arancione’ versano in uno stato di restrizioni da emergenza Covid-19 da ben prima del decreto 18 del 17 marzo scorso. Crediamo doveroso che questa situazione sia tenuta in debita considerazione anche nel riparto delle risorse per gli ammortizzatori sociali».

Molte aziende sono in forte difficoltà, non riescono ancora ad inquadrare la portata del problema e vivono, chi con rassegnazione, chi con inquietudine, questo momento. Casartigiani sta assistendo centinaia di imprese che quotidianamente, scrivono, chiamano anche arrabbiandosi per le modalità di gestione di questa crisi senza tempo. In molti respirano l’aria di una difficile, se non impossibile ripartenza.

CASARTIGIANI - Nel frattempo molte aziende si trovano in forte difficoltà, a causa dell'emergenza che ha colpito il Bel Paese. Casartigiani sta assistendo centinaia di imprese che quotidianamente scrivono e chiamano, anche arrabbiandosi, per cercare di comprendere le modalità di gestione di questa crisi senza tempo. Per molte di queste la ripartenza sembra difficile, se non quasi impossibile, riferisce l'associazione

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«È inutile nasconderci dietro un dito – afferma Andrea Prando, segretario regionale di Casartigiani Veneto – le incognite sono tante e pensare ora ad una ripartenza è molto difficile, visto che non siamo in grado di comprendere la durata di questo nefasto evento.
È evidente che in un simile contesto diventa difficile pensare a quadri normativi o a soluzioni che medino il problema. I presupposti per una ripartenza di molti settori dell’artigianato passano da una rivoluzione fiscale che chi ci governa è bene inizi a pensare.
La soluzione del “sospendo e rinvio” è inaccettabile per due principali motivi. Il primo perché si tratta di un rinvio che le aziende al momento della ripartenza non saranno in grado di sostenere. Il secondo perché se vogliamo salvare un’economia, ci deve credere innanzi tutto lo Stato, assieme alle imprese. Se si sottovaluta questo aspetto si dovrà pensare ad ammortizzatori sociali molto più pesanti, perché oltre agli ex imprenditori si dovrà tener conto dei lavoratori che si troveranno a casa.
Pertanto, sia affrontato con molta attenzione l’auspicio di un rinvio condizionato ad una riduzione o all’annullamento delle tasse, a causa di questa calamità naturale che ha paralizzato il lavoro di molti settori della Pmi e dell’artigianato. Anche perché questo mondo è sempre più insofferente nei confronti di una situazione che viene vista come la perdita, in un attimo, del lavoro di una vita».

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