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Allarme rosso per l'allevamento suino, a rischio il 15% degli stabilimenti

La suinicoltura italiana, in larga parte serbatoio per la salumeria di qualità a marchio Dop, potrebbe subire un ridimensionamento

Il consumatore, per questa volta, potrebbe essere salvo. Nessun rincaro sui prezzi delle carni suine e dei salumi. Eppure, la suinicoltura italiana, in larga parte serbatoio per la salumeria di qualità a marchio Dop, potrebbe subire un ridimensionamento anche del 10-15 per cento nel numero di allevamenti. E a farne maggiormente le spese saranno gli allevamenti di suinetti.

Così almeno dicono gli analisti, che hanno affrontato il tema del benessere animale, all’Ufficio stampa di Eurocarne (www.eurocarne.it), il salone internazionale delle tecnologie e prodotti per la lavorazione, conservazione, refrigerazione e distribuzione delle carni, organizzato da Veronafiere insieme con Ipack-Ima Spa e in corso di svolgimento fino a domenica.

Col prossimo mese di gennaio entreranno in vigore le nuove disposizioni in materia di benessere animale sulla suinicoltura, i cui orientamenti interpretativi sono stati pubblicati sul sito dell’Associazione nazionale allevatori di suini (www.anas.it).

Andrea Cristini, allevatore socio di Opas e presidente dell’Anas, lancia l’allarme. "Secondo uno studio olandese – dichiara – a causa di tutti questi provvedimenti legati al benessere e alla Direttiva nitrati, è molto elevata la probabilità che nel 2014 l’Unione europea registri per la prima volta un deficit produttivo e dica addio all’autosufficienza e a quel 2-3 per cento di sovrapproduzione che ci ha consentito a livello comunitario di esportare".

Un’inversione di rotta che, per il numero uno di Anas, aprirebbe la porta a flussi di carne suina dal Brasile, realtà in forte crescita. Per l’Italia, la situazione è ancora più complessa. "Chiediamo al Governo italiano di concedere una proroga di 36 mesi a partire dal 1° gennaio 2013 – incalza Cristini – in modo da consentire agli allevatori di adeguarsi. Oggi investire è matematicamente impossibile, il mercato dei suini pesanti è fermo a 1,25 euro al chilogrammo, al di sotto dei costi di produzione. Se aggiungiamo le disposizioni sdettate dalla Direttiva nitrati è per il settore allarme rosso".

I costi di adeguamento: 700 euro per suino. Spese per adeguare le strutture di allevamento a quanto ha disposto l’Unione europea inevitabilmente ci saranno. Fedagri-Confcooperative Lombardia ha calcolato l’impatto sui produttori, individuando in circa 700 euro la spesa per suino allevato la spesa cui gli allevatori dovranno fare fronte. "Come prima valutazione si deve purtroppo riconoscere che arriviamo tardi ad adeguarci alle misure dettate dall’Unione europea – osserva il professor Gabriele Canali dell’Università Cattolica di Piacenza, direttore del Crefis (Centro ricerche filiere suinicole) -. Altri Paesi, come ad esempio la Francia, hanno sostenuto le aziende in modo incisivo e tempestivo a trasformarsi, allineandosi in per tempo alle disposizioni di Bruxelles. Dovrà servire al sistema Italia come lezione per il futuro, dal momento che il benessere animale sarà sempre di più al centro dell’attenzione dei policy maker europei".

Secondo Canali, "più che sui costi per i consumatori, il vero problema sarà sui costi della filiera, che non verranno scaricati sull’anello finale, ma comprimeranno il segmento della produzione". Con maggiori ripercussioni sugli ingrassatori di suini.


Già gravati da anni di bilanci aziendali in sofferenza, l’impatto potrebbe essere negativo. Così, se non ci saranno aumenti sul costo della braciola, a farne le spese saranno gli allevatori.

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