Isolamento selettivo degli anziani per evitare il lockdown totale in Italia: la proposta dell'Ispi

Non un lockdown generalizzato, ma restrizioni circoscritte alle fasce di popolazione più a rischio, l'Ispi: «Isolando gli ultra-sessantenni, si potrebbe ridurre di quasi i tre quarti la pressione sul Sistema sanitario». Isolare ultra-ottantenni dimezzerebbe la mortalità del virus

Anziano in coda al supermercato

L'Ispi, vale a dire l'Istituto per gli studi si politica internazionale, è alla fine arrivato a proporre ufficialmente una possibilità di gestione della pandemia mirata e selettiva che potrebbe evitare all'Italia di ripiombare nel baratro del lockdown già sperimentato a marzo. Per comprendere lo studio e la proposta, peraltro da noi caldeggiata in tempi non sospetti, è necessario capirne anzitutto le premesse: «La possibilità che intendiamo discutere oggi non è una panacea: - si legge in una pubblicazione dell'Ispi - si tratta solo di una strategia per ritardare il più possibile il momento in cui si dovesse rendere necessario un nuovo provvedimento restrittivo e tragico del calibro di un lockdown e, allo stesso tempo, si volesse contenere significativamente la pressione sul sistema sanitario rispetto a uno scenario di status quo. Stiamo parlando dell’isolamento selettivo delle fasce di popolazione più a rischio».

Ora, prima di approfondire lo studio e la proposta dell'Ispi cerchiamo di chiarire un punto essenziale: i giornali che se ne stanno occupando hanno subito bollato l'idea come «proposta shock», parlando di «dubbi etici» e necessità di riflettere sulla «legittimità» di limitazioni sanzionabili che coinvolgano soltanto una fascia di popolazione individuata in base all'età, cioè appunto quelle persone che essendo anagraficamente più anziane sono le più fragili dinanzi al coronavirus. Queste persone vanno certo difese e per questo tutti noi dobbiamo assumere comportamenti corretti (mascherine, distanze e lavaggio mani), ma al contempo non sono forse loro stesse a doversi per prime autotutelare, magari appunto facendo responsabilmente qualche rinuncia in più e venendo quindi supportati dalle amministrazioni con adeguati servizi straordinari?

Ebbene, per qual motivo allora non sarebbe altrettanto una «proposta shock» imporre nuovamente il lockdown generalizzato (come appunto è già stato fatto) a tutti, cioè sia giovani che anziani? Mal comune, mezzo gaudio? Come mai non solleva «dubbi etici» distruggere l'adolescenza di ragazzi e ragazze e minare la loro crescita, la loro socialità, la loro formazione scolastica per salvaguardare anzitutto la vita degli anziani? Tutta questa resistenza nel recepire una proposta, quella dell'Ispi, molto razionale e assai poco demagogica, ci ricorda forse semplicemente che siamo un Paese che si fa pochissimi problemi a sacrificare il futuro delle giovani generazioni. 

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Perché l'isolamento degli anziani?

Il punto di partenza dello studio Ispi si fonda sulle seguenti considerazioni: «In Italia (ma pressappoco la stessa cosa avviene in tutto il mondo), l’82% dei deceduti per Covid aveva più di 70 anni e il 94% ne aveva più di 60. È d’altronde naturale che sia così: è ormai noto che la letalità plausibile del virus cresce esponenzialmente con l’età, uccidendo meno di 5 persone su 10.000 nella fascia d’età 30-39 anni, ma oltre 7 persone ogni 100 tra gli ultra-ottantenni». L'analisi dell'Ispi procede poi ricordando, come tutti quanti noi dovremmo ormai aver imparato, che con il sovraccaricarsi delle terapie intensive negli ospedali ed il rischio concreto per il Sistema sanitario italiano di giungere al collasso, la stessa «età mediana delle persone decedute scenderebbe notevolmente».

L'Ispi ricorda quindi che, proprio per evitare questo scenario drammatico, lo scorso marzo si attuò per tutti un lockdown generalizzato che bloccò molte attività produttive e riguardò l'intera popolazione. Se oggi si dovesse tornare a quest'ipotesi, non è affatto detto che l'eventuale successiva ripresa possa essere la medesima che si è vissuta negli ultimi mesi. Oltre a ciò, resta il problema enorme di "consolidare" i risultati ottenuti sotto il profilo del contenimento della curva del contagio. Anche da queste riflessioni sorge così la domanda posta dai ricercatori dell'Ispi: «Ma cosa accadrebbe se, invece di decretare un lockdown nazionale, superato un certo livello di guardia decidessimo di isolare in maniera perfetta le persone più anziane? In altre parole, cosa accadrebbe se fosse decretato un lockdown solo per le fasce d’età più a rischio?». 

La risposta che l'Ispi fornisce, motivandola con un grafico puntuale, è quantomeno assai degna di considerazione: «Sarebbe sufficiente isolare gli ultra-ottantenni per dimezzare o quasi la mortalità diretta del virus. Se poi riuscissimo a isolare efficacemente gli ultra-sessantenni, la mortalità scenderebbe allo 0,07%, circa dieci volte inferiore, equivalente a 43.000 persone. Di fatto, - si legge sempre nella pubblicazione dell'Ispi - si tratterebbe di un numero di decessi annui inferiore all’eccesso di mortalità fatto registrare tra marzo e maggio in Italia nel corso della prima ondata (circa 49.000 persone), malgrado l’attesa infezione di 29 milioni di italiani». Cercando di semplificare le cose il più possibile, i ricercatori dell'Ispi riassumono così gli effetti della loro proposta: «Anche in uno scenario di diffusa circolazione virale nella popolazione più giovane, si scenderebbe da un eccesso di mortalità diretta per Covid-19 di 460.000 persone senza isolamento, a 120.000 (-74%) se si isolassero gli ultra-settantenni e a 43.000 (-91%) se si isolassero gli ultra-sessantenni»

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Isolamento anziani e riduzione pressione sugli ospedali

È un altro capitolo importante dello studio dell'Ispi. In sostanza per quanto isolare per fasce anagrafiche la popolazione non sarebbe risolutivo della pressione sugli ospedali esercitata, è assai verosimile che comunque contribuirebbe a ridurla in modo decisivo. L'Ispi ricorda i dati della Lombardia: «Tra chi a causa di Covid-19 necessita di essere ricoverato in terapia intensivauna persona su due ha più di 63 anni. Tre persone su quattro hanno più di 56 anni». L'Ispi a questo punto mette in evidenza un dato essenziale: «Isolando in maniera efficace gli ultra-sessantenni, si potrebbe ridurre di quasi i tre quarti la pressione sul Sistema sanitario». Con l'isolamento selettivo a marzo scorso si sarebbero avuti 1.200 posti di terapia intensiva occupati, invece dei 4.068 che effettivamente si registrarono.

Proiettando le proporzioni nel futuro prossimo, in base alla previsione di avere 42 milioni di italiani contagiati in tutto il Paese, «sappiamo che lo 0,25% circa  della popolazione avrà bisogno di ricovero in terapia intensiva, mentre il 5% necessiterebbe di un ricovero. Senza isolamento selettivo significherebbe 2,1 milioni di italiani ricoverati, di cui 106.000 in terapia intensiva: uno scenario da incubo». Cosa accadrebbe invece se si applicasse la proposta dell'Ispi? La risposta fornita dai ricercatori è la seguente: «Nel caso di isolamento selettivo degli ultra-sessantenni ci attenderemmo circa 550.000 ricoverati e 26.000 persone in terapia intensiva».

L'isolamento selettivo degli anziani può essere efficace?

Detto dunque che il problema del sovraccarico del Sistema sanitario nazionale non sarebbe di per sé scongiurato del tutto, ma certamente gli ospedali ne trarrebbero beneficio, resta da domandarsi come l'isolamento selettivo delle fasce di popolazione più a richio potrebbe essere nei fatti applicato. L'Ispi non si nasconde i problemi: «Davvero un lockdown limitato alle fasce più anziane ne eviterebbe l’infezione? Ci sono molti dubbi al riguardo». Il primo dubbio si collega al fatto che «all’aumentare della circolazione virale nella popolazione generale diventa sempre più difficile isolare le fasce d’età a rischio» e, dunque, anche contatti molto scarsi potrebbero comunque portare ad infezioni persino nella popolazione isolata.

Il secondo dubbio essenziale riguarda poi una questione strettamente logistica, vale a dire come isolare delle persone anziane che, non di rado, in Italia convivono alle volte con figli che, essendo più giovani, godrebbero di maggiore libertà di circolazione e dunque potrebbero ugualmente portare il virus in casa: «Molte persone anziane vivono assieme a persone più giovani, e più della metà di loro vive entro un chilometro di distanza dai propri figli. - si legge nella pubblicazione dell'Ispi - Possiamo essere sicuri che queste persone accetterebbero di buon grado di auto-isolarsi, non vedendo neppure i propri figli, se non per piccoli periodi di tempo? Solo in questo modo, infatti, sarebbe possibile ridurre drasticamente il rischio di infezione». 

In conclusione, i ricercatori dell'Ispi aggiungono: «Resterebbe infine da capire se gli anziani stessi accetterebbero di restare in isolamento in attesa di un vaccino efficace, mentre il resto della popolazione continua a muoversi, a lavorare e, in definitiva, a vivere. Ma il ragionamento da fare in questo caso dovrebbe essere ribaltato: chi, anziano, decidesse di trasgredire norme e raccomandazioni e di esporsi al rischio di contagio farebbe in quel caso un danno a sé stesso frutto di un calcolo personale ma probabilmente non metterebbe a rischio l’intera comunità». Alla luce di ciò, la pubblicazione dell'Ispi lascia aperta la riflessione, invitando ad una serena discussione degli argomenti qui proposti (cosa che in Italia è forse una mera utopia): «È a nostro parere sbagliato ritenere che quella dell’isolamento selettivo sia un’opzione da scartare o da non considerare a priori. La consapevolezza che l’isolamento selettivo non possa essere "la" soluzione, - concludono i ricercatori Ispi - ma soltanto una tra le diverse possibilità da valutare, non dovrebbe impedirne una serena (ma urgente) discussione».

Per leggere la pubblicazione integrale cliccate qui: Ispi

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