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Verona, processo Agec: i dirigenti non tornano liberi. "Restano agli arresti fino a dicembre"

Dal 9 dicembre 2013 Campedelli e Tagliaferro sono ai domiciliari con le accuse di falso in atto pubblico, turbativa d’asta e rivelazione di segreti d’ufficio. I giudici rigettano le due richieste di scarcerazione: c'è un aggravante

Due su due. Al paio di richieste di scarcerazione presentate dagli avvocati dei dirigenti Agec sono seguite le bocciature dei giudici. Non torneranno liberi, a quanto pare, Francesca Tagliaferro e Stefano Campedelli. I termini degli arresti domiciliari, scaduti dopo i sei mesi “regolari”, sono stati prorogati fino a dicembre. Un altro semestre in cui saranno “detenuti” in casa. È la decisione assunta dal collegio speciale del Tribunale di Verona in relazione ai due imputati nel processo dei due ex dirigenti al vertice dell’azienda comunale che si occupa tra l’altro dei servizi di refezione scolastica nelle scuole della città. Proprio gli appalti e le gare di aggiudicazione, presunte pilotate, sono finiti nel mirino della Finanza e della Procura scaligera. Dal 9 dicembre 2013 Campedelli e Tagliaferro sono ai domiciliari con le accuse di falso in atto pubblico, turbativa d’asta e rivelazione di segreti d’ufficio. Con loro a processo c’è anche l’ex direttore generale S.T. (accusato anche di corruzione assieme all’imprenditore altoatesino Martin Klapfer). Le richieste si scarcerazione dei rispettivi avvocati sono state presentate a fine maggio, a ridosso della scadenza legale degli arresti. Il Tribunale però è stato categorico: prima, venti giorni fa, è arrivata la batosta per Tagliaferro e lunedì scorso quella per Campedelli. Questo perché è spuntata un’aggravante contro di loro, come segnala L’Arena:

A fondamento della richiesta dei legali sta il convincimento che nell'imputazione non è stata specificata l'esistenza dell'aggravante, ovvero il fatto che la falsificazione riguarda un atto pubblico (il verbale di gara) che fa fede fino a prova di falso. E, per le difese, la mancata contestazione fa venir meno l'aumento del periodo di custodia che per il falso è sei mesi. Il collegio, pur sottolineando che è vero che l'imputazione indica la violazione del reato di falso e che l'aggravante non è stata specificata, «rileva come la contestazione in fatto della condotta ascritta a tutti faccia chiaro ed inequivoco riferimento all'aver “effettuato attestazioni false nei verbali di gara”» e che «il testo dell'imputazione prosegue specificando in cosa consisterebbero le false attestazioni».

Ma farebbe fede l’atto firmato dal giudice per le indagini preliminari, Paolo Scotto di Luzio. Continua il quotidiano locale:

«È spiegato chiaramente ed efficacemente anche dal gip», motiva il collegio che, rimandando alle pagine nelle quali si descrive la condotta e il fatto che la falsificazione riguardi atti pubblici, prosegue sostenendo che «l'aggravante ad effetto speciale costituita dall'aver falsificato (per l'accusa) un atto fidefaciente è contestata nell'ordinanza e indipendentemente dal fatto che sia stata fatta o meno esplicita menzione è sin dall'origine contestata agli imputati e sulla base anche di essa è stata adottata la misura cautelare avendola il gip contemplata e menzionata». E «il termine di fase è quello di un anno a decorrere dalla data di emissione del decreto di giudizio immediato».

Per i giudici sarebbe ben presente ancora il pericolo di “reiterazione del reato” (che in base al Codice di procedura penale è uno dei presupposti, assieme al pericolo di fuga e inquinamento delle prove, a motivare gli arresti). In pratica i due dirigenti sarebbero ancora al “loro posto” in Agec: demansionati, certo, ma pur sempre in ruoli di vertice che consentirebbero di arrivare ad esercitare lo stesso potere che avevano prima di essere arrestati. In breve il Tribunale ha stabilito che l’autosospensione non coincide con la perdita della posizione dirigenziale.

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