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Verona, pornodiva uccisa con 5 bastonate alla testa. L'ex: "È stata una banda di albanesi"

È la testimonianza resa da Franco Mossoni, 55enne bresciano, dopo essere stato arrestato per l’omicidio e l’occultamento del cadavere della pornostar Federica Giacomini, in arte Ginevra Hollander

Non solo “non è stato lui” ma sa anche chi sono i “reali colpevoli”. A uccidere la ex compagna a bastonate sulla testa sarebbe stata una banda di albanesi. È la testimonianza resa da Franco Mossoni, 55enne bresciano, dopo essere stato arrestato per l’omicidio e l’occultamento del cadavere della pornostar Federica Giacomini, in arte Ginevra Hollander. La 42enne è stata ritrovata due settimane fa in una cassa di plastica blu gettata nel lago di Garda, in zona Castelletto di Brenzone. Ebbene, dopo il provvedimento di arresto nei confronti di Mossoni (rinchiuso da febbraio in un ospedale psichiatrico per aver assaltato il “San Bortolo” di Vicenza travestito da Rambo). Per la precisione, ha raccontato alla psicologa nel colloquio da lui stesso richiesto, gli albanesi che avrebbero agito sarebbero stati tre. Volevano soldi e si erano presentati a casa di Federica. Una volta ottenuto quello che volevano, avevano colpito la povera donna con il calcio della pistola alla testa, uccidendola. Il racconto compare nell’ordinanza di custodia cautelare che martedì è stata firmata dal giudice Stefano Furlani. Le accuse per Mossoni sono di omicidio volontario aggravato e soppressione di cadavere.

"VIOLENTO E DISTURBATO", L'EX DI FEDERICA SI ERA FINTO BIOLOGO SUL GARDA

Il suo racconto, condito dal fatto che lui non avrebbe reagito perché “troppo impaurito”, però, non avrebbe convinto nessuno. Ne’ la polizia di Vicenza che ha seguito il caso, ne’ il pubblico ministero che coordina l’indagine, né tantomeno il giudice. Questo anche perché i colpi che hanno ucciso Federica Giacomini sono cinque, uno dei quali di violenza tale da avere riscontro di solito in casi di incidente stradale: l'osso temporale è stato frantumato. Non a caso il pm parla di un evento che è spiegabile solo come un omicidio di eccezionale efferatezza. Non ci sono invece dubbi di alcun tipo circa la soppressione del cadavere, la volontà di non farlo trovare mai più.

È Mossoni che, presentandosi come un tale Franco Falkan, biologo marino, aveva convinto un noleggiatore di barche a portarlo al largo il 20 gennaio e ad inabissare la cassa azzurra davanti al porto di Castelletto di Brenzone. Il barcaiolo ha scattato delle foto con il suo cellulare del momento in cui la cassa va a fondo. E quelle foto ora sono nel fascicolo. A casa di Mossoni sono state trovate le prove che proprio li è stata costruita la cassa, fra il 15 gennaio, giorno del probabile delitto, e il 20. È dal 15 gennaio, infine, che il telefono di Federica passa di mano. Lo si deduce dal fatto che prima quel telefono faceva 100 chiamate al giorno, poi solo qualche sms, forse per confondere le acque.

IL CORPO DI FEDERICA IN UN SACCO DENTRO UNA CASSA DI PLASTICA NEL LAGO

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