Cronaca via Tribunale

Verona, Giacino e moglie davanti al suo grande accusatore: dal giudice si attende il faccia-a-faccia

A causa del rischio di "inquinamento delle prove" il giudice per le indagini preliminari accoglie le richieste del pm e chiede un contradditorio dedicato a "registrare" la versione dei fatti del costruttore Leardini

“Incidente probatorio”. Serve per acquisire una prova già dalle indagini preliminari e quindi prima del processo per evitare che con il passare del tempo le prove vengano “disperse” o inquinate. E’ questa la formula che il giudice per le indagini preliminari, Guido Taramelli, ha scelto per registrare le accuse dell’imprenditore edile Alessandro Leardini. Lui è il grande accusatore dell’ex vicesindaco del Comune di Verona, Vito Giacino, e della moglie, l’avvocato Alessandra Lodi. Entrambi accusati di corruzione e concussione per presunte tangenti legate alla compravendita di lotti edificabili in varie zone della città e della provincia (tra cui Montorio, Quinzano, San Michele Extra). Un totale di versamenti per 600mila euro, parte dei quali destinati a pagare consulenze legali, ritenute fittizie dall’accusa. Giacino, Lodi e Leardini si possono quindi confrontare in un faccia-a-faccia nell’udienza fissata alle 10 di mattino del 6 marzo, in tribunale. Il costruttore verrà ascoltato dal Gip come da richiesta del pm Beatrice Zanotti.

Proprio per il pericolo di “inquinamento delle prove” l’ex esponente dell’amministratore Tosi è stato incarcerato e, nonostante la richiesta di revoca degli arresti avanzata dai propri avvocati, rimane rinchiuso in una cella dell’infermeria della Casa circondariale di Montorio. La moglie invece è ai dimiciliari nell’appartamento coniugale di via Isonzo, a Borgo Trento. L’acquisizione delle prove avverrà secondo contraddittorio: in aula si presenterà quindi Leardini, per esporre le sue accuse, e gli avvocati della difesa. Non è escluso, tuttavia, che i due arrestati decidano di affrontare personalmente il costruttore. Sarebbe anche la prima volta che i due coniugi si ritrovano dopo le manette scattate il 17 febbraio scorso. Come spiega L’Arena,

Il primo contatto tra l'imprenditore e il politico avvenne nel 2007, quando decise di concentrare l'attività sia sull'edilizia convenzionata sia sui Peep. Scelse zone soggette ad esproprio e in quell'anno, duranta la campagna elettorale per le comunali, aveva conosciuto Vito Giacino. Era andato poi a trovarlo quando era diventato assessore all'Urbanistica. Iniziarono da lì i contatti e si intensificarono dopo che Leardini aveva presentato ricorso al Tar per «superare» l'esproprio delle aree che gli interessavano (San Michele, Montorio e Madonna di Dossobuono). Quel ricorso lo perse, glielo disse Giacino, e per l'imprenditore significava un danno considerevole: in ballo c'erano 400 alloggi.

Stando alle dichiarazioni di Leardini la prima richiesta di denaro «per risolvere la questione» partì alla fine del 2007. Iniziarono le passeggiate e gli incontri, con le modalità che poi, come ha ricostruito l'imprenditore, non cambiarono mai: i cellulari rigorosamente dovevano essere lasciati in auto, si parlava all'aria aperta, spuntarono anche i «pizzini». E poi denari per metro cubo per gli alloggi, percentuali e consulenze affidate alla moglie avvocato (non esperta in diritto amministrativo e iscritta all'albo solo dal 2008) per mascherare tangenti. Quello che per il gip era «il sistema Giacino».

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