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Verona, Giacino-Lodi dal giudice per 5 ore: "Tangenti? Macchè, è stata tutta una vendetta politica"

L'ex vicesindaco con la moglie interrogati per mezza giornata dal giudice e dal pm. Le accuse del Leardini sarebbero "false" perchè alla base c'era un piano per "farlo fuori". Dalla Regione un presunto maxicontributo per il costruttore

Un interrogatorio-fiume di 5 ore. Domande e risposte con un’unica pausa di 30 minuti per riprendere fiato. Tanto è durato il colloquio dell’ex vicesindaco di Verona, Vito Giacino, e della moglie Alessandra Lodi davanti al giudice per le udienze preliminari, Giuliana Franciosi. Come preannunciato, i due coniugi, sospettati di aver incassato tangenti (anche sotto forma di fatture) dal costruttore legnaghese Alessandro Leardini, hanno cercato di smontare una ad una le accuse di corruzione e nuova concussione. Secondo l’ex braccio destro di Tosi però di mazzette non ce n’erano e non ce ne sono state. Presenti ovviamente gli avvocati difensori, il pm che coordina l’indagine, Beatrice Zanotti, e le altre parti in causa: rappresentante del Comune e legale di Leardini.

A COLLOQUIO - Sono stati passati in rassegna tutti gli appalti in cui sarebbe stato coinvolto Giacino, specialmente le aree Peep, di edilizia economico-popolare, sparse in giro per la città. L’ex vicesindaco, agli arresti domiciliari, ha spiegato innanzitutto che la maggior parte dei procedimenti considerati erano legate a delibere regionali e quindi non dipendevano da lui. Ha anche ipotizzato che il costruttore non avesse subito danni alla propria attività imprenditoriale, dopo aver denunciato i due coniugi per corruzione (finendo a sua volta nei guai e sotto inchiesta): perché, nelle parole di Giacino, Leardini già a fine 2013 avrebbe incassato un cospicuo finanziamento proprio dalla Regione, settore Lavori pubblici, di cui è assessore Massimo Giorgetti. Come spiega il Corriere Veneto,

È stato lo stesso Giacino a fare il nome di Giorgetti: non per accusarlo di alcuna illiceità o atto contrario alla legge, ma nell’intento di dimostrare come - a suo danno - sarebbe stato attuato una sorta di gioco, di intrigo politico. In sostanza, Giacino dice di aver rifiutato a Leardini, tra il 2012 e il 2013, una serie di favori su Peep, Montorio e Passalacqua. Non ne aveva diritto per cui gli ho detto di no, sostiene Giacino. A quel punto, Leardini si era improvvisamente raggelato nei suoi confronti. E dopo la loro rottura, arrivarono prima la famigerata lettera del «corvo», poi la notizia dell’inchiesta (novembre 2013), quindi l’arresto dei Giacino (17 febbraio 2014).

Secondo la ricostruzione dell’ex vicesindaco (e assessore all’Urbanistica di Verona), tutta l’indagine sarebbe stata una sorta di piano politico per “farlo fuori”, essendo passato dalle file del Pdl a quelle della Lista Tosi con cui venne eletto nel 2012, in contrapposizione all’altro candidato di centrodestra, Luigi Castelletti, sostenuto da quella precisa ala del Pdl. In pratica tutti i guai di Giacino sarebbero emersi da quella scelta.

VIAGGI DI PIACERE - Il colloquio con il giudice è durato da mezzogiorno di mercoledì alle 17. I due coniugi dovevano difendersi dalle accuse di aver incassato 500mila euro in contanti e altri 170mila sotto forma di fattura per consulenze a Lodi. Tutto per “sveltire” le pratiche burocratiche legate alla compravendita di lotti edificabili. Relativamente ai viaggi e alle cene di lusso, l’ex vicesindaco non avrebbe invece smentito. Con Leardini erano amici. O almeno lo considerava tale. Parlavano del più e del meno. Non sarebbe stata un’eccezione quella del volo a Praga. Avrebbero visitato la città. In merito a quel viaggio però Leardini aveva puntato il dito accusatorio: oltre a fargli vedere un appartamento da comprare, Giacino gli avrebbe richiesto una maxi tangente da 1,2 milioni, proprio per le aree Peep. Anche i viaggi a Milano, Bergamo, Roma sono state considerate dal politico come “viaggi di piacere”.

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