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Verona, Giacino si difende: "La vittima di ricatto ero io per la lettera del Corvo". I giudici non gli credono

Per l'ex vicesindaco la missiva spedita ai capigruppo in Consiglio comunale dalla "gola profonda" scaligera avrebbe costituito un mezzo con il quale l'ex vicesindaco era tento sotto scacco dal suo accusatore, l'imprenditore Leardini

La vittima del sopruso era lui, dato che con la lettera del “Corvo scaligero” l’imprenditore poteva ricattarlo e ottenere ciò che voleva. Nella fattispecie lo “sblocco” delle pratiche per l’edificabilità in alcuni terreni di sua proprietà in città e provincia. Questo ciò che l’ex vicesindaco di Verona, Vito Giacino, ha dichiarato nell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari, Guido Taramelli, il 20 febbraio scorso, tre giorni dopo essere arrestato per corruzione e concussione ed essere trasferito nel carcere di Montorio. Giacino e la moglie, Alessandra Lodi, sono accusati di aver intascato almeno 600mila euro in tangenti dal costruttore edile Alessandro Leardini, anch’egli accusato di corruzione. Ma secondo l’ex braccio destro del sindaco Tosi i ruoli sarebbero ribaltati: lui era vittima di una sorta di ricatto da parte di Leardini. Come spiega L’Arena,

Secondo Giacino, «una volta giunta la lettera anonima (del corvo ndr) a tutti i capogruppo del Comune», riporta l'ordinanza, «il Leardini gli fece capire che questa lettera poteva essere molto grave anche se non lo aveva mai esplicitamente ricattato». La situazione cambia dopo alcuni giorni quando l'imprenditore «gli aveva fatto capire che poteva essere un mezzo di ricatto». In generale, insiste l'ex assessore, la versione dell'industriale «sarebbe menzognera e non credibile». Nel suo interrogatorio, Giacino bolla le accuse rivoltegli dall'imprenditore come «frutto di ritorsioni per i dinieghi che aveva palesato e per cui il “Leardini gli voleva male"».

Di tutt'altro avviso, invece, il tribunale di Venezia che parla nella sua ordinanza della deposizione di Leardini, difeso da Nicola Avanzi e Marco Pezzotti, come «credibile», con dichiarazioni «logiche», «coerenti», «assai particolareggiate così da consentire ogni possibile verifica».

La difesa di Giacino, tuttavia, avrebbe fatto acqua da più parti: non gli è bastato dunque ricordare che tutti i 41 imprenditori sentiti dalla polizia non hanno mai accusato Giacino di alcuna pratica “concussiva”. Cosa che non esclude che il fatto si sia verificato con Leardini. Stesso discorso sulle consulenze della moglie, avvocato professionista coinvolta nell’inchiesta perché a lei sarebbero arrivate grandi quantità di denaro in presunta tangente sottoforma di parcelle. I magistrati del Riesame di Venezia, alla spiegazione della difesa sulle effettive attività in favore di altri imprenditori, sostengono che il lavoro di Lodi, per quanto regolare, non possa rendere innocente la donna circa le fatture riferite a prestazioni ritenute “inesistenti” e che miravano a fornire una giustificazione alle tangenti.

TANGENTI ALL'EX VICESINDACO, L'IMPRENDITORE CONFERMA TUTTE LE ACCUSE

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