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Foto d'Archivio

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In ferie in Sicilia salva un neonato arrivato con una nave di immigrati clandestini

Umberto Luciano, dentista veronese di 24 anni, si trovava con gli amici nella sua casa al mare quando una settantina di persone provenienti dall'Eritrea è arrivata sulla soglia della sua veranda

Si trovava in vacanza nella casetta di famiglia a Portopaolo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, quando dal cuore della notte sono comparsi tutti quegli occhi disperati. 

Erano le 3.30 di notte e Umberto Luciano, dentista veronese di 24, si trovava nella sua casa con una decina di amici. Una serata spensierata, con canti accompagnati dal suono della chitarra. Ad un cero punto però i giovani notano tre persone di colore vicino alla veranda. Inizialmente pensavano si trattasse di braccianti disturbati dal suono della loro musica, ma quando questi ha chiesto dell'acqua si è subito capito che la situazione era un'altra. 

Si trattava di profughi arrivati dal mare. A quei volti segnati dalla fatica infatti se ne sono aggiunti molti altri nel giro di poco tempo. Una settantina di persone bagnate, affamate e infreddolite. Immigrati eritrei fuggiti dalla Libia con un'epopea durata chissà quanti giorni. Dicevano che dovevano raggiungere Milano e quando hanno capito di essere sbarcati su un'isola e che per raggiungere la meta avrebbero dovuto affrontare un altro viaggio via mare, lo sconforto si è impossessato di loro. 

In mezzo a questi uomini di età media tra i 18 e i 25 anni ad un certo punto è comparsa un'esile ragazza. Questa portava con se una cesta di coperte fradice e pesantissime, con sotto un bambino in ipotermia da 9 giorni, forse nato addirittura durante la traversata. 

Umberto ha chiamato un'ambulanza, arrivata due ore dopo, e un'amica intanto ha spogliato il piccolo ed ha iniziato a scaldarlo con un phon. Il battito era quasi svanito e il neonato non dava segni di ripresa, al punto che non si attaccava nemmeno al seno della madre. Quando però tutto sembrava perduto, eccolo finalmente riprendersi. 

Intanto il gruppo ha iniziato a cucinare per i profughi, utilizzando tutte le pentole che c'erano e tutte le scatolette presenti in casa. Hanno lasciato che usassero la propria doccia, cercando di fare per loro tutto il possibile. 

All'arrivo  delle forze dell'ordine qualcuno si è dato alla fuga. A quelli rimasti i ragazzi hanno chiesto cosa li spingesse a scappare dalla lor terra e la risposta è stata sempre la stessa: in Eritrea non c'è libertà. 

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