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Verona, controllo documenti all'automobilista ma a finire nei guai è il carabiniere accusato di "falsità"

“Colpa” di una telefonata al cellulare che il conducente stava facendo e del presunto alito “alcolico” percepito. All’altra parte è stata contestata la falsa testimonianza per una presunta aggressione, la calunnia e persino l’abuso di potere

Aveva fermato un automobilista per un normale controllo ma a finire nei guai è stato anche il carabiniere che allora era in servizio. Da una parte la “colpa” è stata di una telefonata al cellulare che il conducente stava facendo e del presunto alito “alcolico” percepito durante l’accertamento; dall’altra è stata contestata la falsa testimonianza per una presunta aggressione, la calunnia e persino l’abuso di potere. Questo, in estrema sintesi, ciò che è emerso in aula durante il processo a carico di un direttore di banca veronese e finito con l’assoluzione da ogni accusa (resistenza a pubblico ufficiale, guida in stato di ebbrezza) e la conseguente trasmissione degli atti alla Procura contro il carabiniere che lo aveva fermato.

Tutto risale al 22 maggio 2008, quando il funzionario, al lavoro dopo l’incontro con alcuni agricoltori del Mantovano, venne fermato da una pattuglia con il telefono in mano. Al controllo documenti, secondo i militari si dimostrò “strafottente e maleducato” perché non terminò la chiamata e anzi continuò a discutere con l’interlocutore su alcuni sistemi d’allarme da installare nella filiale che dirige. Gli venne comminata una multa e il carabinieri riuscì a percepire l’alito vinoso. Lo lasciarono andare ma lo fermarono però 300 metri dopo, in corrispondenza di un bar di Virgilio, località mantovana, in attesa della pattuglia della polizia stradale per eseguire l’alcoltest (che poi risultò positivo a seguito di una prova). Qui, come spiega L’Arena si sarebbe complicata:

l'automobilista entrò a bere un caffè e poi andò in bagno. I militari sostennero che si era chiuso dentro e che aveva poi cercato di scappare ma la barista non notò nulla di particolare: «Uscirono normali», ha testimoniato. Gli restituirono la patente e lui, con un ritardo di due ore, si recò all'appuntamento, parlò con il cliente, aspettò che li raggiungesse il nipote e cinque minuti dopo in corte arrivò l'auto dei carabinieri. Dopo altri 5 minuti i militari arrivarono di corsa, lo colpirono, lo ammanettarono e lo portarono in caserma perchè «era fuggito, lo avevano inseguito con lampeggianti e sirene e lo avevano bloccato». Ma i testimoni, cioè chi era nella corte, hanno smentito tempi e modalità.

Il direttore di banca è stato assolto, mentre per il carabiniere, accusato di aver riportato circostanze completamente difformi da quanto accaduto sei anni prima, si profilano guai giudiziari.

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