Cronaca Centro storico / Piazza Brà

Caso Giacino, in aula è il turno di Alessandra Lodi: "Non si trattava di tangenti"

La compagna dell'ex vicesindaco ha ricostruito tutti rapporti professionali incriminati e respinto con forza le accuse lanciate dal pubblico ministero durante l'udienza preliminare

Per tre ore ieri Alessandra Lodi ha risposto alle domande che il suo legale gli ha formulato durante l'udienza che la vede accusata, insieme al marito ex vicesindaco Vito Giacino, di corruzione e di "nuova concussione". La Lodi prima non si era ancora fatta interrogare ma aveva solo depositato alcune memorie difensive durante le indagini preliminari. 

Già in questa fase preliminare del processo arriva la prima sorpresa. Infatti in una ventina di faldoni, sono stati riuniti gli atti depositati e messi a disposizione delle difese riguardanti i verbali di acquisizione delle pratiche chieste dalla procura al Comune di Verona, ma non la relativa documentazione. Mancava quindi parte materiale recuperato a palazzo Barbieri a partire dal novembre scorso, quando il pm Zanotti dispose la perquisizione dell'abitazione della coppia in via Isonzo (dove la Lodi svolgeva l'attività professionale dal momento che non aveva un vero e proprio studio) e anche nell'ufficio dell'allora vicesindaco. Tali pratiche fanno riferimento non solo a Leardini e alle sue società, ma anche a tutte quelle altre ditte menzionate nell'ormai famosa "lettera del corvo" che ha dato origine all'indagine, comprese quelle per la ristrutturazione di Passalacqua. I legali dei due imputati quindi, una volta emersa la discrepanza, hanno ritenuto sufficiente l'acquisizione solo di una parte dei faldoni. 

Nell'interrogatorio Alessandra Lodi ha ricostruito il percorso di incarichi che Alessandro Leardini le aveva assegnato nel periodo che va dal 2010 e dal 2013 e che sarebbe diventato per l'imprenditore una sorta di incubo a causa delle continue richieste di denaro. L'accusa sostiene che sarebbero poco più di 600mila euro i contanti consegnati personalmente nel corso degli incontri e i pagamenti delle fatture presentate dall'avvocato Lodi per consulenze, che secondo il pm Beatrice Zanotti non sarebbero state altro che tangenti. La moglie dell'ex vicesindaco però nega di aver mai ricevuto soldi dall'imprenditore ma di aver lavorato con regolarità per le società di questo, sottolineando anzi che una ventina di consulenze non sarebbero state saldate e che per tre delle quali ha emesso l'avviso di fattura.

Sulla presenza di altri legali, ai quali avrebbe delegato le pratiche, la Lodi ha spiegato che aveva ricevuto un incarico di consulenza esterna dal Comune di Lazise, che le ha versato poco meno di 68mila euro  tra l'8 marzo 2010 e il 14 maggio 2013, e che la scelta di farsi affiancare dai due colleghi deriva dalla scarsa passione per la materia giudiziale, che l'avrebbe convinta quindi ad inserire i loro nominativi in delibera. Davanti al gup ha fornito inoltre la spiegazione per ogni incarico e ogni pratica predisposta o firmata da altri oltre che da lei. Ha provato anche a fornire una spiegazione per il bonifico arrivato ad un avvocato di Alba ed evidenziato come la mole di lavoro era aumentata perchè di fatto forniva al cliente una disponibilità costante, anche a recarsi di persona nelle aziende che le avevano conferito incarichi.

Sulla crescita dei compensi poi ha sostenuto di essersi sempre mantenuta sotto i minimi tariffari. Durante l'udienza preliminare quindi, Alessandra Lodi ha analizzato tutti rapporti professionali incriminati (dalla gestione on-line delle pratiche di Unicredit Management Bank alla collaborazione con la Serenissima Sgr, Estate Serenissima e Serenissima, fino al gruppo aziendale Ceni e alle aziende di Leardini) e respinto con forza l'ipotesi che si potesse trattare di "tangenti mascherate". La prossima settimana toccherà alla pubblica accusa mettere sotto torchio la moglie dell'ex vicesindaco. 

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