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Verona, blitz antimafia in tre regioni: la malavita tarantina agguanta la città. Dieci finiscono in manette

Operazione della direzione distrettuale di Lecce dal Sud al Nord Italia. A Verona gli investigatori della Squadra Mobile compiono irruzioni e catture. In tutto sono 52 persone a finire nei guai per droga, omicidi, estorsioni e armi

Inizio settimana a dir poco movimentato. Dalle prime ore del lunedì la polizia di Stato di Verona, Taranto e Sassari stanno eseguendo 52 arresti nell'ambito di una vasta operazione antimafia, denominata "Alias" e coordinata dalla Direzione distrettuale di Lecce, con la cattura di decine di persone ritenute responsabili, a vario di titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi. Le indagini, condotte dagli investigatori Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con forti articolazioni a Verona e Sassari. In particolare, nel capoluogo scaligero, la polizia avrebbe già ammanettato 9 persone: sette risiedevano in città, due in provincia. Tutti italiani tranne due stranieri tra cui un colombiano. All'appello mancano due indagati, uno dei quali si trova attualmente in Inghilterra, l’altro risiede a Verona. Nel solo capoluogo pugliese sono state arrestate 34 persone. In azione, per catturare tutti i presunti responsabili, sono entrati 250 uomini della polizia tra Verona, Taranto, Bergamo, Sassari, Matera, Bari, Lecce, Brindisi, Foggia, Napoli e Reggio Calabria.

LE INDAGINI - L'indagine era partita nel 2011, dopo la scarcerazione, dopo oltre 20 anni in cella, di due boss della criminalità organizzata tarantina condannati per associazione per delinquere di stampo mafioso. Uno di loro, 46 anni, era detenuto nel carcere di Montorio e da un paio di anni godeva della semilibertà e abitava a Bovolone. I suoi passati guai giudiziari però non gli avrebbero impedito di tornare ai vertici della criminalità organizzata e di gestire gli affari vicino alla città di Giulietta. Dalle ricostruzioni degli investigatori, sembra che il clan, che negli anni '90 imperversava a Taranto, si stesse infatti ricostituendo. L'indagine ha consentito di accertare che la banda, che poteva contare su un cospicuo numero di persone riconducibili ai due rispettivi nuclei familiari e a un distinto gruppo di persone di origini pugliesi e siciliane che risiedevano anche a Verona.

A VERONA - In provincia c'era una "base d'appoggio" che avrebbe dovuto diventare un presidio fisso in terra scaligera: dopo alcun sequestri è stato infatti chiarito che gli arrestati disponevano di un arsenale di armi. A far scegliere Verona proprio la presenza del capo clan della Sacra Corona Unita (la mafia pugliese). Durante i permessi-premio di ritorno a Taranto i due boss si erano incontrati per formare la banda malavitosa, organizzando due propaggini, una a Verona e una nella provincia di Sassari. Il 46enne domiciliato a  Bovolone aveva, nel corso degli anni, intessuto rapporti con alcuni corregionali e con veronesi già inseriti nel traffico del traffico di stupefacenti.

Uno dei punti di riferimento era però un 41enne residente sempre a Verona ma arrestato a Taranto. I poliziotti hanno poi fatto scattare le manette a due fratelli brindisini a Isola della Scala, a un 35enne di Villafranca, a un 32enne a Buttapietra, a un veronese di 44 anni di Zevio e un 39enne di origine napoletana residente a Valeggio. Un 60enne è stato fermato in città. Arrestati anche per due stranieri, un magrebino e un colombiano. La maggior parte di loro erano incensurati e svolgevano regolari lavori in provincia.

Le investigazioni hanno raccolto prove su avvenute estorsioni ai danni di imprenditori edili e di negozianti. Proprio la volontà di agguantare quanti più affari nel capoluogo scaligero e nella sua provincia avevano spinto la banda al Nord. Due gli episodi che la Squadra Mobile di Verona ha ricondotto alla malavita tarantina in città, entrambi di tentata rapina allo stesso negozio. Ovvero quelle organizzate alla gioielleria "Zermiani" di via Mantovana del novembre 2012 e un'altra nel febbraio 2013. A colpire furono due furfanti "trasfertisti" e riconducibili al clan criminale che a Verona mise in piedi anche un traffico di droga. Nel secondo episodio il titolare reagì sparando e ferendo uno dei due banditi mentre l'altro venne intrappolato nella porta di sicurezza del negozio.

DALLA REGIONE - “Le infiltrazioni mafiose continuano a rappresentare una minaccia seria e da non sottovalutare - ha spiegato il presidente della Regione, Luca Zaia -  ma in Veneto la legalità è un valore che vogliamo difendere con tutte le nostre forze lanciando un segnale forte e chiaro: nei nostri territori non c’è spazio per chi vuole inquinare un sistema economico sano. Le organizzazioni criminali, in questi anni, hanno cercato di sferrare un attacco al Veneto approfittando della situazione di crisi: sesta regione in Italia per beni sequestrati alla mafia, 3000 operazioni sospette segnalate da Bankitalia e decima regione per traffico di stupefacenti. Si tratta di un problema reale che rischia di mettere in pericolo il sistema economico Veneto. I nostri imprenditori, le nostre aziende e i nostri lavoratori sono un patrimonio che vogliamo e dobbiamo difendere”.

“Posso garantire che le istituzioni – conclude Zaia – faranno fino in fondo la propria parte per proteggere il sistema economico dei nostri territori dalla minaccia delle infiltrazioni mafiose e ringrazio le forze dell’ordine e la Dda di Lecce per l’ottimo lavoro svolto che ha permesso di togliere un’ingente quantità di sostanze stupefacenti che potevano finire nelle mani dei nostri giovani.”

IL VIDEO DIFFUSO DALLA POLIZIA DI VERONA

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