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Verona, aveva bisogno di tanti soldi e dei suoi contatti: ecco perchè Giacino rimane dietro le sbarre

Con la moglie aveva attivato mutuo da 300mila euro e aveva debiti per 250mila vista la ristrutturazione del super-attico. Resta in carcere per la "propensione a delinquere fuori dal comune"

Soldi. Aveva bisogno di soldi e dei suoi “contatti”. E’ quello che pensano i giudici del Tribunale del Riesame di Venezia che hanno rigettato le richieste degli avvocati difensori dell’ex vicesindaco Vito Giacino. Rimarrà in carcere a Montorio perché potrebbe tornare “a delinquere” e permane il pericolo di inquinamento delle prove. Una sentenza che getta benzina sul fuoco in merito alla situazione dell’ex braccio destro del sindaco Tosi. Già la moglie Alessandra Lodi era stata “beccata” ad insultare pm e ufficiali di polizia giudiziaria (“Invidiose perché sono bella e ho un bel fisico”), era stata “liberata” per vizi formali dagli arresti domiciliari e immediatamente dopo le era giunto un altro provvedimento restrittivo. Ora la decisione dei magistrati veneziani, motivata, secondo quanto riporta il Corriere Veneto, da una

“Propensione a delinquere fuori dal comune, tanto più preoccupante se si considera la temerità e la scaltrezza tenute nel dissimulare le proprie condotte”

Questione di soldi e di relazioni, si diceva. Nel primo caso il Riesame scrive che la coppia dei coniugi Giacino aveva necessità di grandi somme di denaro per continuare a pagare il mutuo decennale da 300mila euro e i lavori da 250mila euro per la ristrutturazione del loro super-attico di via Isonzo, zona Borgo Trento, a Verona. Nel secondo caso, la “rete di contatti”, i magistrati di Venezia riportano l’episodio descritto dalla pm Beatrice Zanotti che coordina le indagini e secondo cui l’ex vicesindaco, dopo le dimissioni, oltre ai già citati sms inviati al sindaco Tosi, intratteneva rapporti con un consigliere della seconda Circoscrizione, dello stesso partito e con cui era stato eletto. In breve, come venie segnalato sulle pagine del quotidiano locale,

«L'inserimento del Giacino nel tessuto politico, sociale, imprenditoriale e professionale della città di Verona è talmente radicato che egli in qualunque momento sarebbe in grado di influire sul medesimo come in effetti è avvenuto negli anni cui le imputazioni si riferiscono»

E poi rimangono i dubbi sulle fatture intestate alla moglie Alessandra Lodi.

“Quelle parcelle che, secondo quanto raccontato da Leardini, non sarebbero state altro che «mazzette travestite». «Un'altra fonte di riscontri e conferme viene dall'attento esame dell'andamento dell'attività professionale dell'indagata che consente di poter affermare come la maggior parte delle consulenze affidate fossero solo di copertura per il pagamento di tangenti» scrivono i magistrati. Perché tra i faldoni analizzati dalla polizia giudiziaria nel corso delle indagini sono stati trovati «pochissimi atti la cui paternità sia riconducibile, con certezza alla Lodi».

Trovati, però bozze e fac-simili con alcune consulenze a firma di altri avvocati per le quali, però, la parcella è stata emessa dalla Lodi. E si fa il nome di Domenico Morello, professionista padovano esperto in diritto amministrativo (che non risulta in alcun modo coinvolto nell'inchiesta) che durante l'audizione di fronte agli investigatori avrebbe spiegato che almeno 5 pratiche relative al comune di Lazise gli siano state delegate dalla Lodi. «In alcuni casi Menorello ha firmato la consulenza, in altri ha predisposto il facsimile che è stato firmato dalla Lodi» riporta la sentenza. Consulenze che, a parere della difesa della Lodi (oltre a Vicentini a difendere la donna c'è l'avvocato Apollinare Nicodemo) sono state in realtà eseguite dalla donna.”

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