Operazione "Università bandita", tra gli indagati un docente dell'ateneo veronese

Sono 66 in totale gli indagati nell'inchiesta della procura di Catania circa presunti "concorsi truccati" che sta mettendo a soqquadro gli ambienti universitari etnei e forse non solo

La sede della facoltà di Medicina a Verona - ph Univr

Lo scandalo dei presunti "concorsi universitari truccati", del sistema cioè basato sul nepotismo e la manipolazione consapevole delle selezioni dei candidati all'interno delle commissioni esaminatrici, che la procura di Catania avrebbe portato alla luce con l'operazione "Università bandita", non lo si potrebbe ritenere circoscritto al solo ateneo etneo. È questa la tesi accusatoria espressa dalla stessa procura quando in una nota ufficiale spiega che «il sistema delinquenziale non è ristretto all’università etnea ma si estende ad altri atenei italiani», ed è questo senz'altro l'aspetto più inquietante dell'intera indagine. Il motivo è molto semplice, sta tutto in quest'altra espressione impiegata dagli inquirenti: «Codice di comportamento "sommerso" operante in ambito universitario».

Quest'ultimo, il codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario, rivelerebbe cioé per la procura di Catania lo sfondo comune sul quale si staglierebbero le eventuali responsabilità, ancora tutte da dimostrare ovviamente nelle opportune sedi, che gli inquirenti imputano agli altri professori indagati nel computo dei 66 totali. Altri rispetto a quelli dell'ateneo catanese, vale a dire quelli delle università di Bologna, Cagliari, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. L'idea espressa dagli inquirenti è molto semplice: sulla base di questo codice di comportamento sommerso i docenti universitari di altri atenei chiamati nelle commissioni esaminatrici dell'università etnea, si sarebbero astenuti dall'interferire con decisioni prese in precedenza dagli stessi professori interni che, di volta in volta, avrebbero presentato il loro candidato preferito. 

La "regola aurea" di quel menzionato codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario, secondo la tesi accusatoria della procura catanese, sarebbe cioè ben presto così enunciabile: «Non interferire». Su cosa? Semplice: «"Non interferire" - scrive la procura etnea - sulla scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei casi in cui non fosse meritevole». Ora, la domanda forse più spinosa da porsi è la seguente: per qual motivo un docente di un altro ateneo dovrebbe accettare di sottostare alle regole del codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario, dovrebbe cioè rispettare il "sacro principio" di non interferenza? Un abbozzo di risposta in tal senso, la procura etnea lo fornisce sempre nella nota ufficiale divulgata nelle scorse ore, allorquando gli inquirenti scrivono che «le regole del codice hanno, altresì, un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni sono punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico».   

Venendo ora all'eventuale coinvolgimento nella vicenda "Università bandita" anche dell'ateneo di Verona, quest'ultimo nell'immediato dell'esplosione del "caso Catania" ha divulgato una nota di precisazione nella quale si legge che le «indagini non riguardano concorsi indetti dall’ateneo di Verona». Affermazione corretta ed ineccepibile che vale quindi la pena ribadire. La procura di Catania quando afferma che i presunti "concorsi truccati" sarebbero ben 27, di cui 17 per posizioni di "professore ordinario", 4 di "professore associato" e 6 di "ricercatore", si sta riferendo a concorsi tutti quanti indetti all'interno dell'ateneo etneo. L'ipotetico ed indiretto coinvolgimento di altre università italiane sarebbe dunque da ricercarsi nelle singole figure dei docenti appartenenti ai vari atenei che, chiamati nelle commissioni esaminatrici di Catania, avrebbero deciso di aderire, più o meno consapevolmente è impossibile al momento dirlo, al sopracitato codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario.

A questo punto la domanda da porsi è la seguente: vi sono docenti dell'ateneo di Verona che risultano in tal senso indagati? Sempre nella nota di precisazione diramata dall'ateneo scaligero, tale eventualità era stata seccamente esclusa: «Ad oggi non è stata ricevuta alcuna comunicazione da parte delle autorità giudiziarie - spiegava ieri (venerdì 28 giugno ndr) l'università di Verona - e non è stato comunicato nessun provvedimento giudiziario nei confronti di docenti dell’ateneo». Che però le indagini coinvolgano anche Verona era stata la stessa procura catanese ad annunciarlo già ieri, mentre oggi è stato divulgato anche il nome, insieme a quello di tutti gli altri indagati, del docente universitario veronese iscritto nel procedimento.

Si tratterebbe di un professore ordinario che insegna nella facoltà di Medicina e Chirurgia dell'ateneo scaligero, docente veronese nato in provincia e che ha anche ricoperto ruoli di prestigio all'interno della stessa università. Il suo effettivo coinvolgimento nell'affaire "Università bandita" resta ovviamente tutto da dimostrare ed eventualmente dettagliare, al momento risulta infatti soltanto indagato ed è bene ribadire che ciò non equivale affato alla certificazione di alcuna sua responsabilità concreta. Altrettanto da dimostrare resta eventualmente quanto quel codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario che gli inquirenti di Catania hanno portato alla ribalta, sia davvero diffuso in ambito universitario o, piuttosto, resti al contrario soltanto circoscritto all'ateneo etneo colpito direttamente dalle indagini. E, al di là anche delle responsabilità ancora tutte da accertare per quanto riguarda i singoli nomi emersi dall'inchiesta della procura di Catania, è forse davvero anche questo l'aspetto sui cui sarebbe necessario provare a far maggiore chiarezza, nell'interesse anzitutto dell'istituzione universitaria stessa. Intervistato dal Corriere del Veneto, si è espresso in questa direzione anche il Rettore dell'Università Ca’ Foscari di Venezia Michele Bugliesi: «Ho piena fiducia nella capacità della magistratura di identificare le reali responsabilità dei singoli. - ha spiegato il Rettore veneziano - Siamo i primi ad essere interessati a punire illeciti o comportamenti eticamente non coerenti con i principi deontologici della professione e del suo ruolo nella formazione dei giovani».

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