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Spesa a domicilio - immagine d'archivio

Spesa a domicilio - immagine d'archivio

Anziani restino a casa e i Comuni attivino la "spesa a domicilio" per le categorie a rischio

Il Paese vive un déjà vu e per evitare un lockdown totale si devono anticipare le mosse

Questa volta non canteremo dalle finestre delle nostre case. Non lo faremo per due ordini di motivi: il primo che a novembre fa freddo e il secondo, molto più serio, che c'è troppa disillusione ed amarezza per poter intonare una qualsiasi canzone. Ha ragione il presidente dell'Anci Decaro che chiede al governo di garantire con adeguate risorse e ristori economici il "patto tra Stato e cittadini", si deve restare uniti, certo, altrimenti il Paese salta. Ma il problema è che quel patto si è oggi incrinato, inutile nasconderlo ancora: il premier chiede «piccoli sacrifici oggi» per poter tornare ad essere più sereni a Natale, ma il problema è che non sono tanto piccoli. C'è una parte di Paese che ha perso quella disponibilità che c'era a marzo scorso, quando tutto era nuovo e l'epidemia faceva una fifa nera. Oggi fa paura a molti, altri son mesi che van dietro ai minimizzatori di sorta, ma un po' a tutti, riconosciamolo, fa molta paura il futuro tanto quanto e forse più del virus. 

Il patto tra lo Stato e i cittadini non deve saltare, ma oggi si è incrinato e la responsabilità è certamente meno dei cittadini che non dello Stato. Si diceva: «Ci faremo trovare pronti, la seconda ondata non è certa, ma se ci sarà la sapremo affrontare diversamente». Ebbene, oggi ai più appare invisibile questa diversità, non basta dire come ha fatto il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa che, mentre il popolo festeggiava l'estate, il governo «è andato in parlamento a chiedere la proroga dello "Stato di emergenza"». Ben fatto certo, ma lo Stato avrebbe anche dovuto, a tutti i suoi livelli amministrativi, non solo ai vertici di governo, garantire la dovuta implementazione ed il promesso rafforzamento del Sistema sanitario nazionale. Certo qualcosa è stato fatto, certo non si può pretendere che in circa quattro mesi le carenze di un sistema accumulatesi in vent'anni di "parsimoniosa distribuzione" delle risorse, giusto per usare un delicato eufemismo, si risolvano con la bacchetta magica. Ma se oggi il "patto tra Stato e cittadini" vacilla, è perché impera la sensazione che le nuove misure del Dpcm in vigore dal 26 ottobre siano troppo simili a quelle dello scorso lockdown nazionale. Tutto è una ripetizione già logora e fin troppo aderente al passato perché non ci si domandi con una punta di fastidio: cosa è stato fatto per evitare di ritrovarci nella stessa identica situazione?

Tre Dpcm in poco più di una decina di giorni sono evidentemente al limite dell'intollerabile anche per il più pacato e ben disposto dei cittadini, ma cosa forse ancor più grave rivelano una certa possibile nube di "confusione" che attornia i condottieri della nave. E se ciò non bastasse ad indicare quella "scollatura" tra Stato e cittadini che oggi appare sensibile nel tessuto sociale del Paese, aleggia già anche una certa preoccupazione che il vortice normativo in atto non sia ancora giunto al termine. L'ultimo Dpcm dovrebbe scadere il 24 novembre, ma avrà davvero vita così lunga? I dati epidemiologici miglioreranno? E, a monte, le nuove regole verranno rispettate oltre che anziutto "comprese" fino in fondo dai cittadini?

Il mantra del "restare a casa" ce lo ricordiamo tutti, oggi però non è così, oggi è tutto più sfumato: ci viene «fortemente raccomandato» qualcosa, ma poi al contempo ci viene concesso di fare dell'altro e, dunque, le interpretazioni e le applicazioni delle regole finiranno con l'essere fluttuanti. Questo ci condurrà diritti verso il lockdown, quello vero e che ben conosciamo? Difficile dirlo, altrettanto escluderlo. Ma è evidente che se viene «fortemente raccomandato» di limitarsi agli spostamenti necessari e, tuttavia, i musei restano aperti, significa che a ciascuno di noi è ancora concesso visitarli e, dunque, recarsi in altre città per vedere una mostra. Si chiudono presto bar e ristoranti che, in molti casi, avevano investito per la sicurezza seguendo le linee guida. Si opta per una chiusura dei teatri e dei cinema, ma non si capisce bene per qual motivo, poiché non ci viene spiegato e non si palesano i dati del contagio riferiti a questi luoghi dello spettacolo che, in quanto ad applicazione dei protocolli, sono forse stati finora quelli più rispettosi. Tralasciamo il nodo trasporti sul quale le inadempienze e la scarsità di risorse ed investimenti bastano ad acuire il senso di impotenza dei cittadini da molto prima del coronavirus in Italia.

Cosa resta da fare, dunque? Serve responsabilità, nonostante tutto è l'unica ultima risorsa per ciascun cittadino. Essere cauti, ma ad esserlo è bene che lo siano anzitutto quelle persone che dinanzi al virus sono le più esposte: anziani, persone affette da patologie che possono complicarsi con l'infezione da coronavirus Sars-CoV-2, insomma tutti i soggetti considerati "a rischio". Vi è una scollatura potenziale e forse già in atto tra Stato e cittadini, ma il rischio è che se ne verifichi un'altra tra generazioni: tutti noi vogliamo bene ai "nostri" nonni, ma siamo molto più inclini a dimenticarci dei nonni degli altri che, come ha scritto recentemente qualcuno non senza il dolce cinismo proprio degli anziani, finiscono con l'essere solo dei "vecchi".

Oggi si chiede ancora una volta ai giovani di sacrificarsi per i "nonni": ebbene, oltre al fatto che gli stessi giovani non sono esenti da rischi, è pur certo doveroso farlo, ma siano questi stessi nonni anzitutto ad autotutelarsi, sono loro che per primi devono uscire di casa il meno possibile, solo lo stretto necessario. Non sta scritto in nessun Dpcm, ma le categorie cosiddette "a rischio" già oggi dovrebbero applicare misure di comportamento molto più responsabili e poter al contempo usufruire di servizi, eventualemente da riattivare, da parte dei propri Comuni. La scollatura tra Stato e cittadini si ricostituisce anche così. In pieno lockdown tante amministrazioni si organizzarono grazie alle nobili associazioni di volontariato, la Croce rossa, o la protezione civile, affinché venisse consegnata a casa la spesa alimentare per quelle categorie di persone ritenute "a rischio". Lo si faccia di nuovo, oggi, adesso, i Comuni si attivino (Bergamo lo ha già rifatto), non si aspetti un nuovo lockdown, quello vero.

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