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Martedì, 30 Novembre 2021
Cronaca Bevilacqua

Pfas in alimenti della zona rossa del Veneto, lo studio: «Contaminazione diffusa»

Pubblicata nella rivista scientifica dell'associazione italiana di epidemiologia una ricerca che dimostra come la presenza di Pfas negli alimenti non sia uniforme e che sia maggiore in prodotti animali piuttosto che in prodotti vegetali

La presenza di Pfas negli alimenti all'interno della zona rossa potrebbe essere più vasta del previsto. È stato infatti recentemente pubblicato su Epidemiologia & Prevenzione, rivista scientifica dell'associazione italiana di epidemiologia, lo studio intitolato "Sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) negli alimenti dell'area rossa del Veneto". Studio realizzato da ricercatrici e ricercatori delle università di Firenze e Padova, con il contributo di Greenpeace e di Mamme No Pfas. La ricerca si basa sui dati ufficiali della Regione Veneto e mostra come la presenza di Pfas negli alimenti provenienti dall'area veneta più contaminata da questi composti non sia uniforme. Ci sono infatti elevate probabilità di contaminazioni in prodotti animali e vegetali provenienti da Lonigo, dove l'acqua sotterranea trasporta le sostanze inquinanti, ma anche in prodotti prelevati lungo la direttrice del fiume Fratta, nei territori di Montagnana, Bevilacqua e Terrazzo. «Si conferma una contaminazione diffusa negli alimenti provenienti dall'area rossa che pone importanti interrogativi sulle modalità con cui questa distribuzione si è determinata - ha dichiara to Annibale Biggeri, professore ordinario di statistica medica dell'università di Firenze, tra gli autori della ricerca - Le matrici animali sono di gran lunga più contaminate rispetto a quelle vegetali e mostrano una differente presenza delle singole molecole: informazioni preziose per disegnare correttamente le future campagne di monitoraggio».

Dallo studio, i cui esiti dipendono in larga parte dai criteri geografici che hanno guidato il campionamento effettuato dalla Regione e dal ricevimento, solo parziale, degli esiti analitici, emerge che le concentrazioni di Pfas negli alimenti non solo differiscono in base alla matrice alimentare considerata, ma anche per tipo di molecola. Nei prodotti di origine vegetale, infatti, sono più presenti i Pfas a catena corta (Pfba, Pfpea e Pfhxa). Al contrario, nei prodotti di origine animale risultano più abbondanti i composti a catena lunga.

LO STUDIO PUBBLICATO SU EPIDEMIOLOGIA & PREVENZIONE

«È paradossale che ancora una volta siano Greenpeace e le Mamme No Pfas a svolgere il ruolo che spetterebbe agli enti preposti, appellandosi agli scienziati per cercare di comprendere appieno come i Pfas si distribuiscano negli alimenti provenienti dai comuni dell'area rossa - hanno commentato i rappresentanti delle due associazioni che hanno contribuito alla ricerca - D'altra parte, che cosa possiamo aspettarci dal governo di una Regione che a partire dal 2017, anno dell’ultimo monitoraggio, non è stato in grado di analizzare alcun nuovo campione e ha fatto dell'inerzia il suo mantra? Ci auguriamo che il nuovo monitoraggio, promesso di recente da alcuni funzionari regionali in seguito alle nostre denunce, tenga conto delle gravi criticità che interessano gli alimenti provenienti da tutta l’area attraversata dal fiume Fratta, e non solo dal tratto che ricade nella zona rossa».
Ed anche i consiglieri regionali del Partito Democratico Andrea Zanoni e Anna Maria Bigon hanno sottolineato come sia grave che «siano associazioni no profit e comitati a commissionare studi del genere, utili a tutelare la salute dei veneti, sopperendo alle lacune della Regione. Probabilmente meno si parla di questo inquinamento e meglio è per la popolarità del suo presidente, ma il silenzio di Palazzo Balbi è imbarazzante, un'omertà che i cittadini non meritano».

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