Cronaca San Zeno / Viale Cristoforo Colombo

Spolpavano una ditta fino alla bancarotta. Perquisizioni e sequestri nel veronese

Operazione della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno. Le indagini riguardano il fallimento della "Agroalimentare F.lli Monaldi SpA", azienda che riforniva anche Bauli e Rana

C'è anche Verona tra le province coinvolte dalle perquisizioni e dai sequestri della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno, disposte dal Tribunale di Fermo.

Le operazioni che si sono svolte oggi, 23 febbraio, riguardano l'indagine delle Fiamme Gialle sul fallimento della "Agroalimentare F.lli Monaldi SpA", ditta del fermano che riforniva grandi società come Barilla, Ferrero, Bauli e Rana, solo per citarne alcune. Fallimento dovuto ad un passivo che sfiora i 100 milioni di euro e in relazione al quale si stanno ultimando dei sequestri preventivi. Sequestri che riguardano beni di diverso genere per un valore complessivo di circa 4 milioni di euro, tra cui una villa di lusso con relative pertinenze in provincia di Verona. Le altre province coinvolte sono Fermo, Ravenna, Bologna, Grosseto, Roma e Treviso.

I sequestri sono scattati a seguito dell’accertamento di precise responsabilità di quattro persone, soci e membri del Consiglio di Amministrazione, denunciate a vario titolo all’Autorità Giudiziaria per bancarotta fraudolenta patrimoniale aggravata e bancarotta preferenziale.

Le indagini hanno consentito di individuare una dissipazione di risorse patrimoniali della società attuate sin dal 2007 e sono state indirizzate sin da subito verso l’analisi del contesto societario, a ristrettissima base familiare, e dell’insieme dei rapporti tra la fallita e le altre società appartenenti al medesimo gruppo imprenditoriale, situate sia sul territorio nazionale (nelle province di Fermo e di Verona), sia su quello estero (Romania ed Albania), una circostanza quest’ultima che ha reso particolarmente difficoltosa la ricostruzione delle vicende societarie.

L’analisi della documentazione bancaria ha permesso di individuare flussi finanziari tra la società fallita e altre due società agricole italiane sempre riconducibili agli indagati, che dopo aver acquistato materie prime dalla fallita rivendevano alla stessa il prodotto finito. Le società agricole sostanzialmente erano lo strumento utilizzato dagli indagati al fine di distrarre consistenti risorse finanziarie provenienti dalla fallita. In pratica quest’ultima regolava i debiti verso le società agricole mediante invio di denaro liquido, senza però ricevere i pagamenti relativi alle vendite effettuate nei loro confronti, svuotando così di fatto e in maniera consistente la propria cassa.

Il denaro confluito sui conti correnti delle società agricole, quindi, veniva sistematicamente prelevato dagli indagati, alla stregua di un vero e proprio sportello bancomat, ed utilizzato per finalità a prevalente carattere personale come ad esempio il pagamento di tributi, l'acquisti di immobili, ristrutturazioni edilizie, viaggi all’estero, acquisto di gioielli, e altro ancora.

Ulteriori condotte di mala gestione sono state poi individuate nei pagamenti per un importo complessivo di 2,7 milioni di euro allo scopo di favorire un’altra società rumena riconducibile ai medesimi indagati e nella cessione, in affitto, dell’intero complesso aziendale ad altra società, appositamente costituita, con la previsione di condizioni favorevoli.

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