Argentina, la Chiesa può non collaborare con le indagini sugli abusi al Provolo

Un vecchio concordato concede alla Santa Sede di poter indagare in modo del tutto indipendente, senza l'obbligo di fornire le informazioni raccolte con la magistratura ordinaria

È terminata la seconda fase dell'indagine dei sacerdoti inviati da Papa Francesco per far luce sugli abusi sessuali contestati ad un gruppo di laici e religiosi dell'istituto Provolo di Mendoza, in Argentina. Nella prima parte, hanno ascoltato i due sacerdoti accusati, tra cui il veronese Nicola Corradi, mentre in questa seconda missione hanno raccolto informazioni dalle vittime. Tutto il materiale raccolto sarà portato in Vaticano, dove si deve decidere se procedere anche con giudizio canonico.

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Tutte queste informazioni sono state divulgate in una conferenza stampa a cui ha partecipato anche Rosana Villegas di Diario Uno, il cui articolo è stato rilanciato in Italia da la Rete L'Abuso Onlus. In questo incontro con i giornalisti, i sacerdoti incaricati dell'indagine hanno anche parlato dell'interrogatorio che hanno sostenuto davanti al pubblico ministero. Gli è stato chiesto di collaborare con la magistratura argentina che conduce le indagini sui casi di pedofilia al Provolo. Gli ispettori inviati dal Papa hanno però ricordato un vecchio concordato tra lo Stato Argentino e la Santa Sede (datato 1966 e firmato dall'allora presidente golpista Ongania) che concede alla Chiesa la piena indipendenza nelle sue indagini interne. Quindi, le informazioni raccolte possono anche non essere condivise con la magistratura ordinaria.

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