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Foto di repertorio

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Paure e connivenze, come la 'ndrangheta si sarebbe infiltrata in Veneto

L'inchiesta sulla famiglia Multari, che ha portata all'arresto del boss, ha messo in luce i volti della criminalità organizzata che terrorizzava e dispensava favori sul territorio

Non ci sarebbe stato solo l'incendio dello yacht Terry, che poi ha dato il nome all'operazione, tra i "favori" che alcuni cittadini veneti avrebbero chiesto al boss della 'ndrina dei Multari, arrestato martedì scorso, 12 febbraio, dai carabinieri.
Le indagini dirette dall'Antimafia di Venezia avrebbero dimostrato (se mai ci fosse stato bisogno dell'ennesima dimostrazione) che la 'ndrangheta è presente in Veneto con una doppia faccia, quella che incute timore nelle persone oneste e quella che si sostituisce allo Stato nella risoluzione di piccoli problemi.
Giulia Guidi su VicenzaToday ha riportato alcuni episodi, messi in luce dell'inchiesta, che rappresentano in modo emblematico le paure e le connivenze che hanno permesso alla criminalità organizzata di radicarsi anche in Veneto.

La fiorente attività di un imprenditore nel campo del legname sarebbe stata spolpata dai Multari, senza che l'uomo riuscisse a denunciarli. Sarebbero stati i carabinieri a convincerlo a testimoniare, ma solo dopo anni in cui l'uomo ha dovuto subire in silenzio la depradazione delle proprie attività.
A bloccare la vittima sarebbe stata la paura. In più di un'occasione, infatti, il boss avrebbe mostrato le armi che teneva in cantina. Oppure si faceva vedere mentre limava la matricola di una pistola. Il tutto per aumentare la soggezione che già il suo curriculum criminale, di cui non faceva mistero, incuteva sugli altri cittadini.

Una forza, quella della 'ndrina, che si metteva anche a disposizione dei cittadini che chiedevano un "piacere" al boss, invece di rivolgersi alle forze dell'ordine. Ci sarebbe stata, infatti, l'intermediazione del capo dei Multari dietro la restituzione di un furto di pollame avvenuta in territorio veneto.

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