Uccisa in Svizzera, il legale dei famigliari: «Merita un riconoscimento»

Teresa Scavelli, veronese di adozione, è morta a 46 anni mentre lavorava come baby sitter per una famiglia elvetica. È stata vittima di un'aggressione ed ora la sua famiglia chiede giustizia

Teresa Scavelli (Foto Facebook)

«Quel che è accaduto non si esaurisce in un ambito privato, non riguarda solo la famiglia di Teresa, ma l'Italia e la Svizzera». È su questo concetto che si basa tutta l'attività svolta e tutte le future azioni di Francesco Verri, l'avvocato a cui si sono rivolti la famiglia di Teresa Scavelli ed il Comune di Cotronei per tutelare i propri interessi. L'omicidio di Teresa Scavelli non sarebbe una questione privata e per questo il legale ha promesso di continuare ad «indagare sulle responsabilità con l’aiuto dell'interprete messo a disposizione dal Comune di Cotronei e degli avvocati svizzeri che abbiamo coinvolto».

Teresa Scavelli aveva 46 anni quando è morta, lo scorso 2 settembre. Era nata a Cotronei, in provincia di Crotone, ma con la famiglia viveva in provincia di Verona. Il marito e i suoi tre figli stavano ad Oppeano quando lei è morta ed il funerale si è svolto a Palù. L'omicidio, invece, è avvenuto in un'abitazione del cantone San Gallo, nella Svizzera tedesca. Teresa Scavelli era andata all'estero per lavorare come governante e baby sitter. «È morta in modo eroico - ha raccontato Francesco Verri - Ha salvato la vita di tre bambini svizzeri. Si è messa in mezzo fra l'aggressore e le vittime designate ed ha pagato il prezzo più caro».

Secondo le autorità svizzere, la donna veronese d'adozione sarebbe morta in ospedale a causa dei traumi subiti per mano di un 22enne, il quale senza apparenti motivi era entrato nella casa in cui Teresa Scavelli lavorava. Il giovane è stato poi ucciso dalla polizia elvetica giunta sul posto. «È stato scavato nella vita dell'aggressore - prosegue il legale dei famigliari della vittima - Viene descritto come uno sbandato, più volte ricoverato per gravi problemi psichici e noto alla polizia per abuso di droga. È stato analizzato il suo profilo Instagram che è stato definito come "lo specchio della sua instabilità". Eppure era libero. Ed è stato libero di uccidere».

Sulla base di questi fatti, Francesco Verri ha avanzato delle richieste: «Chiediamo al governo Svizzero e del cantone di San Gallo cosa abbiano intenzione di fare. Chiediamo che si prendano cura della famiglia di Teresa, dei suoi figli (fra i quali c’è una studentessa universitaria), del marito. Chiediamo che si occupino dei loro bisogni. La famiglia non ha ricevuto alcun messaggio da parte delle autorità svizzere, neppure di cordoglio. Solo gli inquirenti hanno interloquito con la figlia. La famiglia ha persino dovuto pagare le spese di trasporto della salma in Italia. E questo è francamente inaccettabile anche perché la Svizzera aveva il dovere di proteggere la vita di Teresa, aveva il dovere di curare adeguatamente l'aggressore, di non lasciarlo libero di compiere il suo gesto folle. La Svizzera possedeva le informazioni necessarie per prevenire il dramma che si è consumato a San Gallo. Chiediamo al Governo italiano di intervenire. Chiediamo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di essere ricevuti. Teresa merita la medaglia d'oro al valor civile ma anche che l'Italia si interessi al suo caso e attivi i propri canali diplomatici per indurre la Svizzera ad assumersi le proprie responsabilità e a farsi carico delle esigenze dei prossimi congiunti di Teresa».
E parte di queste richieste sono state anche avanzate da alcuni parlamentari del Partito Democratico che hanno presentato un'interrogazione al ministro degli esteri Luigi Di Maio.

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