Il toccante messaggio di una dott.ssa medico specializzando in prima linea in Rianimazione

L’emergenza coronavirus si combatte dentro e fuori gli ospedali, l’appello di una giovane dottoressa «medico specializzando» dalla Lombardia: «Noi medici, un po’ inconsciamente, stiamo rischiando la vita, voi non dovete rischiare la vita, voi potete aiutarci stando a casa»

Medico in ospedale - immagine d'archivio

Questa mattina sul mio cellulare è arrivato un messaggio audio via WhatsApp, ricevuto da un parente che lo aveva a sua volta ricevuto da amici di famiglia. È un appello che chiede di essere ascoltato da tutti e di essere divulgato. La voce è quella di una donna giovane, dice il suo nome e cognome e spiega di essere un «medico specializzando» che lavora nel reparto di «Rianimazione» di un ospedale di una delle città lombarde oggi più sottoposte all’enorme stress nell’affrontare l’emergenza coronavirus. Chi me lo ha inviato mi scrive: «Mi viene da piangere». Confesso che dopo averlo ascoltato lo farò anche io. Non riveliamo il nome del medico perché, evidentemente, ha altro di cui preoccuparsi che non rispondere ad un giornale se è d’accordo o meno che ciò avvenga, così come non riveleremo di quale ospedale lombardo si tratta, perché probabilmente la situazione è difficile anche in altri contesti e poco senso avrebbe identificare le problematiche attuali in un’unica struttura ospedaliera.

La ratio del messaggio audio che ho ricevuto è un’altra, e questo articolo cerca, per quel che ci è dato, di rispettarla: comunicare a quante più persone possibili la situazione di difficoltà che medici, infermieri e tutto il personale sanitario stanno in queste ore complicate e decisive affrontando. Comunicarlo non per vittimismo, ma per far capire a tutti che anche chi non si trova all’interno degli ospedali oggi può comunque fare qualcosa per queste persone (e per l'intera comunità) che dedicano la loro vita ad aiutare gli altri, curandoli e facendo il possibile per non farli soffrire.

La voce di questa giovane dottoressa donna, medico specializzando, spiega: «Vi mando questo messaggio che spero si diffonda per comunicare che la situazione è molto grave. Quando siamo in ospedale abbiamo due camici, di plastica, abbiamo due calzari, due paia di guanti, le mascherine apposta e una visiera di plastica. Non riusciamo a respirare perché la sensazione con le mascherine è di soffocare. Non riusciamo a bere, non riusciamo a mangiare finché qualcuno non ci dà il cambio. La situazione è grave, è molto più grave di quello che possiate pensare stando fuori dagli ospedali».

La voce della giovane dottoressa a questo punto diviene più pacata, ma al contempo prescrittiva: «C’è solo una cosa che possiamo fare: è quella di stare a casa, di limitare i contatti con le altre persone e stare in famiglia, mandare una sola persona a fare le spesa, possibilmente negli orari non di punta, non darsi la mano quando s’incontra anche l’amico più caro, lavarsi le mani spesso per 30 o 40 secondi, comprare se sono ancora disponibili le soluzioni di gel disinfettante. Non toccarsi il naso, gli occhi e la bocca e se s’incontra qualcuno, quando si fa la spesa o se proprio non si può non uscire di casa, cercare di mantenere un metro e mezzo di distanza dalla persona più vicina a noi. Non andiamo al bar, non andiamo ai ristoranti, non andiamo a far gli aperitivi, non andiamo nel parco in cinquanta, non usiamo la scusa che i bambini e i ragazzi sono a casa da scuola per vederci tutti insieme. Sono a casa da scuola non perché sono vacanze, ma perché è una situazione di emergenza. Noi medici, forse un po’ inconsciamente, stiamo rischiando la vita, voi non dovete rischiare la vita (ora la voce trema appena ndr), voi potete aiutarci stando a casa e…aspettate a casa e tutto questo finirà. Dobbiamo essere più forti di quanto non sia il virus (qui la voce torna ad avere coraggio ndr), il virus è molto contagioso e questa è la sua più grande arma. Noi dobbiamo essere più contagiosi del virus e far girare questo messaggio e, per favore, stare a casa».

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Qualcuno si starà forse chiedendo perché pubblicare sulla nostra testata tutto questo che parrebbe riguardare una regione così lontana, così vicina come la Lombardia. Ebbene, quel che sta accadendo in Lombardia sarebbe potuto accadere in un’altra qualsiasi regione italiana, e per far sì che effettivamente non accada c’è bisogno dell’ascolto e della responsabilità di tutti i cittadini lombardi, certamente, ma anche di quelli in ogni altra regione e provincia italiana, Veneto e Verona comprese. Ciascuno di noi è chiamato a rispettare le prescrizioni imposte dai decreti del governo, così come le norme e buone pratiche per evitare il propagarsi del contagio, proprio perché altri medici, in altri ospedali di altre regioni italiane non si debbano mai trovare a dover gestire situazioni molto complicate come quelle di cui una voce, nella sua singolare fragilità, ha saputo forse meglio di ogni altra cosa rendere testimonianza.

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