L'associazione veronese Medici per la Pace in Bangladesh per i rohingya

Medici per la Pace ha raggiunto quattro campi profughi per un'indagine conoscitiva volta a raccogliere testimonianze e necessità di migliaia di uomini e donne vittime delle violenze

Dalla fine dell'agosto 2017, oltre 650mila profughi appartenenti alla minoranza rohingya hanno trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire alla pulizia etnica messa in atto da parte del governo del Myanmar. Medici per la Pace, associazione veronese per la tutela dei diritti e della salute, ha raggiunto quattro campi profughi collocati nell'area di Cox’s Bazar (nel sud-est del Bangladesh) per un'indagine conoscitiva volta a raccogliere testimonianze e necessità di migliaia di uomini e donne vittime delle violenze.

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Kutupalong, Jamtoli, Balukhali e Leda: questi i campi profughi raggiunti, su invito del partner locale Dalit e con l'autorizzazione delle autorità militari e di polizia bengalesi. La maggioranza dei rifugiati rohingya che si trova in quei campi è arrivata dal Rakhine State (Myanmar) negli ultimi 4 mesi.

Abbiamo raccolto in lingua rohingya, e successivamente tradotto in Bengali e in italiano/inglese, 12 interviste personali, a donne, uomini e bambini rifugiati - ha detto Fabrizio Abrescia, medico chirurgo e presidente di Medici per la Pace - tutti hanno riferito in maniera coerente gravissime persecuzioni e violazioni dei diritti umani (uccisioni indiscriminate, torture e stupri) commesse sistematicamente dall'esercito birmano, con la partecipazione della polizia di frontiera e di civili.

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Nonostante gli sforzi delle organizzazioni internazionali presenti, l'allerta sanitaria nei campi profughi rimane elevata a causa del sovraffollamento e della carenza delle condizioni igieniche di base. Significativa inoltre la presenza di minori (oltre il 60% della popolazione che vive nei campi profughi) e di madri giovanissime, segno dell'emergenza sociale legata al fenomeno dei matrimoni precoci forzati.

Una delle problematiche che abbiamo riscontrato è la totale assenza di diritti per le donne - spiega Marta Benini, coordinatrice dell’associazione veronese - costrette a sostenere gravidanze multiple ravvicinate con conseguenze gravi dal punto di vista sanitario, anche dovute all'età spesso molto giovane delle madri.

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