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Marco Cacciatori abbraccia la mamma Anita all'aeroporto (foto Facebook)

Marco Cacciatori abbraccia la mamma Anita all'aeroporto (foto Facebook)

Mattia arrestato nell'inferno di piazza Taksim: "Mi vedevano come sovversivo"

Il giovane fotoreporter veronese di San Giovanni Lupatoto racconta la terribile esperienza della sua detenzione nelle prigioni turche: "Sono stato estradato da Istanbul. Ma il mio lavoro non si feremrà qui. Il mondo deve sapere"

Ha trasformato la sua passione per la fotografia in lavoro e poi in una "mission". Mattia Cacciatori, 26enne fotoreporter veronese rientrato in patria dopo essere stato trattenuto per due giorni dalla polizia turca che lo ha fermato sabato scorso mentre riprendeva le proteste in piazza Taksim a Istanbul, però non demorde. "Guerre e cose brutte nel mondo ce ne sono, e non mi fermerò", ha spiegato Mattia, nel municipio di San Giovanni Lupatoto, il paese alle porte di Verona dove vive, ha incontrato il sindaco Federico Vantini. Un luogo peraltro familiare per il giovane fotografo, eletto in consiglio comunale proprio nella civica del sindaco. "C'è gente che sta male, che soffre - ha spiegato - ce n'è anche qui, vicino a casa. Voglio avere il tempo anche di vivere qui, ma amo vivere all'estero, sono un viaggiatore e un fotografo innanzitutto. Voglio documentare quello che succede e voglio essere dove la gente non può dire quello che è. Voglio essere dove c'è chi sta male e soffre, dove la gente non può esprimere le sue opinioni. Cercherò di essere i loro occhi". Mattia ha toccato suolo italiano lunedì sera, all'aeroporto Maplensa di Milano, verso le 22e50 con un volo di linea pagato dalla sua agenzia in accordo con il consolato italiano a Istanbul.

La prima persone che gli è corsa incontro è stata la mamma, Anita Zerman, che l'ha stretto forte a sè, quasi a volergli far dimenticare le ore di apprensione passate nella questura turca e poi in una cella di sei metri per sei assieme ai manifestanti arrestati. Anita è stata la prima ad essere ottimista per il ritorno del figlio. "E' in buonissime mani e rientrerà presto", aveva annunciato alla stampa, poche ore prima di ricevere l'annuncio ufficiale dal consolato. Non c'è dubbio, però che il pericolo che ha corso è stato evidente: "Sto bene ed è andata bene. E' stata dura tentare di spiegare che non ero lì per manifestare e gettare sassi ma ero lì per documentare cosa stava succedendo e pre fare il mio lavoro. Un passaggio tosto, perchè mi trattavano come un sovversivo".

TRATTENUTO PER DUE GIORNI DALLA POLIZIA, L'INCUBO DI MATTIA

IL RACCONTO - L'incubo è finito ma Mattia non vuole proprio pensare di mettere di nuovo radici a San Giovanni. "Per un anno non potrò tornare in Turchia, perché mi hanno estradato spiega - per la precisione sono stato deportato. L'unica cosa che mi hanno detto è di salire sull'aereo, mi hanno proibito di parlare. Nelle redazioni turche so che ci sono alcuni video dove io vengo tenuto fermo dalla polizia: mi stringevano, ma non potevano farlo troppo forte perché sapevano che c'erano telecamere che filmavano".

Continua il giovane fotoreporter: "Non si sa mai quello che succede, ho preferito stare zitto. So che era un mio diritto parlare, perché non avevano nessuna possibilità di picchiarmi davanti alle telecamere, però avrebbero potuto farlo dopo. Bisogna parlare del nostro lavoro di giornalista e fotografo in tutto il mondo, perché dal South Africa all'Ecuador alla Colombia, in qualsiasi parte del mondo le redazioni vanno via e le agenzie di stampa si disimpegnano".

"Insomma - ha aggiunto - perdiamo sempre più potenza dove in realtà un giornalista avrebbe tantissima importanza. Questo accade in tanti stati". Sulla Turchia il 26enne fotografo ha ricordato che "c'è la Bbc, ci sono tante testate prestigiose, ci sono grandi redazioni, ma stiamo perdendo potere. Quello che tengo a sottolineare è che la libertà di stampa e di parola sono le fondamenta sulle quali si basa una democrazia e se non ci sono queste fondamenta crolla il sistema". "Bisogna dire e raccontare quello che sta succedendo, perché le altre persone hanno altri lavori da fare. Il nostro è quello di documentare e portare la conoscenza. Senza di questa perdiamo quella che è una delle basi della nostra democrazia" ha concluso Cacciatori.

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