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Mafia nigeriana, spaccio di droga e prostituzione: a Verona la base logistica

L'operazione "Underground" partita da Trento, vedrebbe due persone residenti nel capoluogo scaligero a capo dell'organizzazione smantellata dalla Squadra Mobile: 16 in tutto le persone arrestate e 20 le perquisizioni eseguite

 

La droga veniva acquista a Vicenza per essere poi venduta al dettaglio a Trento, ma la base logistica del sodalizio criminale si trovava a Verona, dove veniva affidata ai vari corrieri. È quanto emerge dall'operazione "Underground", che ha visto la Squadra Mobile di Trento, coordinata dal Servizio Centrale Operativo, collaborare con i colleghi di Verona, Vicenza e Brescia, per sgominare una presunta organizzazione criminale nigeriana, dedita al traffico di sostanze stupefacenti e allo sfruttamento della prostituzione. In tutto sono state arrestate 16 persone, tutte di orgine nigeriana, tra le quali 16 uomini e 3 donne. Quest'ultime in particolare sarebbero state le più attive proprio nell'ambito dello sfruttamento della prostituzione. 20 inoltre le perquisizioni eseguite tra Trentino, Veneto e Lombardia.

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La conferenza stampa che si è tenuta a Trento

Secondo gli inquirenti, a capo dell'organizzazione mafiosa ci sarebbero stati madre e figlio, rispettivamente A. I. T. di 52 anni e A.E. di 25, i quali con i proventi dell'attività di sesso a pagamento, acquistavano cocaina ed eroina nella città del Palladio dove era stata stoccata, ma anche da grossisti in terra scaligera insieme a della marijuana. Portata a Verona, la droga veniva poi affidata a dei corrieri per essere portata a Trento, dove poi veniva spacciata. 

Verona

Nel capoluogo scaligero dunque operavano madre e figlio, con l'aiuto della moglie di quest'ultimo. Il loro appartamento di via Roveggia sarebbe stato utilizzato come base per tagliare e confezionare la droga che veniva poi affidata ai corrieri tramite il negozio di prodotti etnici nigeriani, il Lady Tina African Store, da loro gestito in via Gaspare del Carretto, in zona Fiera, dove avveniva la consegna a coloro che erano incaricati di portarla in Trentino. 
Le indagini inoltre avrebbero permesso di appurare che a Verona si tenevano le riunioni tra i capi e gli altri membri del sodalizio criminale, per risolvere i conflitti relativi alle zone di spaccio dei vari pusher, dividere i proventi dell'attività illecita e trattenere la percentuale utile a sostenere le spese legali dei consociati, nel caso in cui fossero stati tratti in arresto. 
L'attività di prostituzione invece riguardava alcune connazionali, dalle quali veniva pretesa «una commissione mensile finalizzata ad appianare un debito contratto dalle loro famiglie in Nigeria». I congiunti delle vittime rimasti in Africa inoltre, sarebbero stati minacciati per fare in modo che le ragazze non abbandonassero il proprio "lavoro" sulla strada. 

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Trento

Partiti dunque da Verona, gli spacciatori si recavano in treno nel capoluogo trentino, dove venditori e clienti si trovavano soprattutto nei giardini di piazza Dante e nelle vie antistanti allo scalo ferroviario. I pusher ricevevano precise informazioni dai loro capi, in particolare su come raggirare i controlli di polizia: l'eroina andava venduta ad un prezzo compreso tra i 20 e i 40 euro, in base al peso che andava dagli 0.5 a 1 grammo, e tenuta nascosta nella cavità orale. Nel caso in cui le forze dell'ordine si fossero avvicinate, l'individuo doveva ingerire la droga così da risultare "pulito" ad un'eventuale perquisizione. 
Stratagemma che però è stato svelato dagli investigatori, che riprendevano lo scambio tra venditore e acquirente con dei dispositivi di videosorveglianza: di concerto con la Procura della Repubblica, i pusher venivani dunque portati all'ospedale Santa Chiara e sottoposti ad un esame diagnostico che portasse alla luce la droga. 
Durate circa in anno, le indagini avrebbero dunque fatto emergere la noncuranza per la propria vita degli spacciatori, che spesso si sarebbero rivolti anche con toni arroganti e minacciosi nei confronti delle delle forze di polizia, senza rinunciare ad azioni pericolose pur di sfuggire all'arresto. Una sorta di "fedeltà" nei confronti dell'associazione, o forse di paura, che non li avrebbe fatti esitare al momento di ingoiare un quantitativo di droga che poteva essergli fatale: a novembre, dopo essere stato portato al nosocomio di Santa Chiara per espellere dell'eroina, un uomo non avrebbe esitato a saltare giù dal secondo piano per fuggire, riportando due fratture a livello lombare.
Si calcola che uno di questi, in una singola giornata di "lavoro", avrebbe potuto vendere tra i 2000 e i 2500 euro di stupefacente. 

«Gli arresti venivano messi in conto - ha spiegato il procuratore Raimondi - ed è questo uno degli elementi che ci fa capire che questa banda agiva con i metodi della criminalità organizzata, oltre agli atti di autolesionismo messi in atto dai sottoposti per paura dei capi. Si tratta di modalità di azione particolarmente raffinate». 

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