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Decine di lavoratori sfruttati nei campi da una cooperativa: tre in manette

Un uomo di nazionalità marocchina, uno di nazionalità albanese e una donna italiana, sono stati arrestati dai carabinieri al termine delle indagini svolte tra maggio 2019 e luglio 2020, con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro

 

Approfittando della loro situazione, avrebbero sfruttato decine di persone pagandole meno di quanto previsto dai contratti nazionali e facendole lavorare in condizioni critiche. Nelle prime ore di mercoledì 25 novembre i carabinieri del Gruppo Tutela del Lavoro di Venezia, con il supporto dei colleghi dei Comandi provincia di Verona e Vicenza, in queste stesse province hanno eseguito tre misure cautelari, una in carcere e due agli arresti domiciliari, nei confronti di altrettanti soggetti: uno di nazionalità marocchina, uno di nazionalità albanese e una donna di nazionalità italiana, ritenuti responsabili di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro (artt. 416 e 603 bis C.P.), che avrebbero commesso nei confronti di decine di cittadini marocchini, alcuni irregolari sul territorio.

Le indagini

Il provvedimento è stato emesso dal Gip del tribunale di Verona su richiesta della Procura e nasce da un’attività investigativa avviata e condotta, tra i mesi di maggio 2019 e luglio 2020, dai militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Vicenza con la collaborazione dei colleghi del NIL di Verona, in seguito ai risultati ottenuti da una serie di controlli effettuati ad aziende agricole delle province di Vicenza, Verona e Padova. 
Coordinate dalla dottoressa Maria Beatrice Zanotti, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Verona, le indagini avrebbero consentito ai militari di individuare una cooperativa operante nel settore agricolo, con sede legale a Cologna Veneta, che reclutava cittadini marocchini per farli lavorare come manodopera presso aziende del territorio, in regime di sfruttamento. Gli accertamenti messi in atto dai carabinieri attraverso complessi servizi di osservazione controllo e pedinamento, insieme ad ispezioni e alla raccolta delle testimonianza rese da numerosi lavoratori, avrebbero permesso di portare alla luce la condotta criminale dei tre indagati: il titolare dell’azienda fornitrice di manodopera, un cittadino marocchino che si sarebbe occupato del reclutamento dei lavoratori; un suo stretto collaboratore di cittadinanza albanese, con le funzioni di intermediario di manodopera; e una donna italiana, collaboratrice di uno studio commercialista, che avrebbe svolto le funzioni di consulente del lavoro, operando per consentire alla cooperativa di evadere gli oneri contributivi da versare in favore dei dipendenti.

L'associazione: come funzionava

Secondo l'Arma, gli indagati avrebbero di fatto costituito un’associazione per delinquere che permetteva loro di approfittare dello stato di bisogno e della situazione di vulnerabilità dei lavoratori, versando loro una retribuzione palesemente inferiore a quella contemplata dai contratti collettivi regionali e nazionali, spesso pagando solamente un compenso orario equivalente a meno della metà di quello previsto dalla norma. In alcuni casi inoltre gli investigatori avrebbero accertato come, per evitare i controlli di polizia, i lavoratori sfruttati venissero alloggiati in sistemazioni di fortuna prive di riscaldamento ed energia elettrica, per poi essere svegliati alle prime luci dell’alba e accompagnati in auto, a volte fatiscenti, nelle aziende agricole dove lavoravano sotto stretta sorveglianza e fino a tarda sera, senza il rispetto di alcuna norma di sicurezza e venendo anche privati anche di dispositivi di protezione individuale.

Prezzo vantaggioso

Questo modus operandi, secondo le indagini svolte dai Carabinieri della Tutela del Lavoro, avrebbe consentito alla cooperativa sociale di proporsi sul mercato agricolo ad un prezzo decisamente vantaggioso per le ditte committenti, le quali avrebbero beneficiato del reclutamento e del’impiego di manodopera irregolare, soprattutto per quelle attività particolarmente usuranti e faticose come la raccolta di prodotti agricoli e l’allevamento di bestiame, che secondo le forze dell'ordine meglio si prestano al fenomeno dello sfruttamento. 
Il minor prezzo offerto sul mercato sarebbe stato assicurato anche grazie ad un preciso ed ormai collaudato “sistema” illecito di abbattimento del costo della manodopera, ottenuto grazie alla complicità di una collaboratrice di uno studio di consulenza di Vicenza che, mediante la predisposizione di una falsa documentazione, avrebbe consentito alla cooperativa finita al centro delle indagini di evitare di pagare i contributi previdenziali. 
La strategia avrebbe messo in campo la consulente del lavoro vicentina, pratica dei tecnicismi e delle procedure di addebito contributivo da parte dell’INPS, avrebbe consentito di far apparire formalmente regolare la cooperativa che, mutando nel tempo la propria ragione sociale, continuava ad operare indisturbata sul mercato del lavoro rigenerandosi come una nuova società che, di fatto, corrispondeva regolari contributi previdenziali solo per una minima parte dei lavoratori alle proprie dipendenze.

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