Cronaca Centro storico

Non fu infibulazione, assolti i genitori di due bambine del Niger

Per la Corte d'Appello di Venezia quella fatta non sarebbe stata una mutilazione, ma piuttosto una lesione, perciò non ci sarebbe il dolo

La Corte d’appello di Venezia ha  assolto i genitori di due bimbe che, nel 2006, erano stati condannati a otto e quattro mesi per mutilazioni genitali femminili. Il caso  delle piccole, che non sono imparentate l’una con l’altra, due  famiglie immigrate originare del Niger, trasferitisi a Verona, contro  i quali era stata applicata per la prima volta la cosiddetta legge  anti-infibulazione. Lo si apprende dai legali dei genitori delle  bambine.

Secondo la Corte d’Appello quella fatta sulle bambine non  sarebbe stata nè mutilazione, nè infibulazione nello specifico, ma  piuttosto una lesione. Da qui la decisione di assolvere genitori non  essendoci il dolo. Le motivazioni della sentenza saranno però  depositate entro 90 giorni e da quelle si saprà il perchè  dell’assoluzione. Condannata, e non ha fatto appello, invece la donna  che allora praticò l’incisione sulla bambine.  

"In questa vicenda il fattore culturale ha avuto il suo peso: si trattava di un rituale simbolico  non di una menomazione. Di certo non di trattava di infibulazione che  è cosa ben più grave. Alla fine si è appurato che era stato fatto  un intervento di carattere minimale, era stata fatta una incisione di  4mm, cosa emersa anche in primo grado". A spiegarlo,  Elisa Lorenzetto, avvocato che con Valentina Lombardo, si è occupata  del caso delle due famiglie originarie del Niger.

Emerge inoltre che nei territori di origine della bambine è in  uso una sorta di incisione rituale che se non praticata potrebbe  portare, in Niger, a una sorta di discriminazione: da qui l’insistenza dei parenti rimasti in Africa ad intervenire. Per l’avvocato si  rischia di trasformare tutto in infibulazione ma in realtà "esistono  una miriade di pratiche differenti, anche simboliche, che hanno un  disvalore differente: ecco, noi eravamo in questa categoria".  All’epoca della prima condanna il caso di Verona era il primo in cui  si applicava la cosiddetta legge anti-infibulazione. 

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