L'«isola scaligera» della 'Ndrangheta, tra cocaina e spedizioni punitive

Mentre continuano gli interrogatori, emergono dettagli dalle carte dell'indagine. Il clan avrebbe esercitato il suo potere anche attraverso minacce o assoldando dei picchiatori

(Foto di repertorio)

Ieri, 5 giugno, si sono tenuti i primi interrogatori dopo i 23 arresti avvenuti il giorno prima nell'ambito dell'indagine ribattezzata «Isola Scaligera», la quale ha permesso di bloccare un presunto gruppo criminale attivo in provincia di Verona e legato alla 'Ndrangheta. Tra silenzi e negazioni delle varie imputazioni, il lavoro andrà avanti anche la prossima settimana, andando a sentire uno dopo l'altro tutti coloro che per l'Antimafia di Venezia sarebbero implicati in una serie di reati che toccherebbero anche politica e aziende pubbliche veronesi.

Diversi i crimini che sarebbero stati commessi: riciclaggio di denaro, traffico di rifiuti, false fatturazioni, truffe, estorsioni ed anche il traffico di cocaina, sostanza che nei dialoghi intercettati agli imputati sarebbe stata chiamata in vari modi: «dolcetti bianchi», «caffè» o «pizzetta», come si legge nell'ordinanza del gip che ha portato agli arresti e che Laura Tedesco ha riassunto sul Corriere di Verona.
Il gruppo criminale descritto dall'accusa sarebbe ben organizzano, una struttura piramidale con un boss al vertice più alto, uomini di sua fiducia a cui affidare i vari compiti ed altri che organizzavano, partecipavano o collaboravano ai vari affari gestiti dal clan. Affari che venivano gestiti con atteggiamento mafioso e quindi anche con minacce o con la violenza esercitata da picchiatori assoldati per recuperare soldi da creditori o per spedizioni punitive verso chi intralciava l'attività.
Il gruppo mafioso avrebbe avuto anche diversi luoghi in cui incontrarsi, come il centro studi Fermi di Corso Porta Nuova, una sala slot sulla Strada Bresciana ed anche una carrozzaria sulla Gardesana.
Ma probabilmente ciò che inquieta di più tra le varie pagine dell'indagine sono i legami economici con la politica ed anche con alcuni membri delle forze dell'ordine.

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I presunti legami con la politica locale che hanno fatto più scalpore sono quelli con l'ex presidente di Amia Andrea Miglioranzi, finito agli arresti domiciliari, e con l'ex sindaco di Verona Flavio Tosi, finito tra gli indagati. E sempre sulle pagine del Corriere, Andrea Priante ha riportato la difesa di Angela Stella Sole, titolare di un'agenzia di investigazioni private, finita nell'inchiesta per un presunto pagamento sospetto. L'accusa è che Tosi abbia richiesto il lavoro dell'agenzia investigativa e abbia saldato il conto utilizzando i soldi di Amia. Il punto di incontro tra questo episodio ed il gruppo mafioso sarebbe un uomo che aveva il compito di organizzare l'attività criminale del clan. Ma dei presunti legami di questo soggetto con la 'Ndrangheta Angela Stella Sole dice di non sapere nulla. E sui soldi di Amia, secondo lei, non ci sarebbe nulla di sospetto. La sua agenzia di investigazioni avrebbe fornito dei servizi all'azienda pubblica che gestisce i rifiuti a Verona e per questi servizi è stata pagata. E il tutto sarebbe ampliamente documentabile.

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